SCAFFALE POESIA: EDITORI A CONFRONTO
IX PUNTATA

PIETRE VIVE EDITORE

Può raccontarci brevemente la storia di Pietre Vive Editore e delle sue collane di poesia? Quali sono, a Suo giudizio, le peculiarità che la differenziano dalle altre case editrici?

Pietre Vive Editore ha una storia abbastanza articolata, in cui si incrociano due progetti distinti, che vedevano coinvolti in prima persona me e Roberto Lacarbonara. Il primo progetto ruotava intorno alla pubblicazione di un mensile di informazione comprensoriale, Largo Bellavista, che veniva distribuito in sette comuni della Puglia centrale e di cui sono stato direttore responsabile. Il secondo era un progetto curatoriale, Entropie, che si occupava di realizzare mostre d’arte contemporanea in luoghi di rilevanza storica della Puglia e il cui direttore artistico era appunto Lacarbonara. Alla chiusura, per vicissitudini economiche, del mensile, io e Lacarbonara abbiamo rilevato Pietre Vive che lo pubblicava e dall’incrocio di Pietre Vive con Entropie è nata l’odierna Pietre Vive Editore, di cui io, da poeta, ho indirizzato la linea editoriale e Lacarbonara quella grafica, che si avvaleva e si avvale dell’apporto di alcuni fra i migliori giovani artisti italiani. Proprio questa linea grafica così particolare e variegata credo sia uno dei punti vincenti dei nostri libri. Mentre del nostro passato giornalistico è rimasta traccia nel concorso di scrittura sociale “Luce a Sud Est” attraverso il quale abbiamo pubblicato alcuni dei nostri titoli più validi (ad esempio L’adatto vocabolario di ogni specie di Alessandro Silva, Il mondo come un clamoroso errore di Paolo Polvani o Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato). Creata la casa editrice, io e Lacarbonara ci siamo divisi e al momento sono il solo responsabile della stessa, che porto avanti con l’aiuto di Luca Gianfrate. Al momento abbiamo tre collane cartacee: una esclusivamente di poesia, che fa capo a me ed è la nostra collana di punta; una di prosa, dove pubblichiamo racconti e qualcosa di saggistica ma non narrativa; e una relativa a cataloghi d’arte o libri fotografici. Col 2018, attraverso un bando di finanziamento da noi vinto (Funder 35), abbiamo inaugurato una collana di audiolibri che, non vorrei sbagliarmi, credo sia l’unica collana di audiolibri di poesia contemporanea esistente oggi in Italia. È una cosa di cui vado molto fiero ed è anche questa, direi, una nostra peculiarità.

Nella scelta delle pubblicazioni poetiche quali sono i criteri seguiti? Può definire la linea editoriale che caratterizza Pietre Vive in ambito poetico? Che cosa La spinge a scegliere una/un poeta piuttosto che un’/un altra/o?

Non ci sono dei criteri precisi o comunque stringenti, personalmente vado a pelle, però mi rendo conto che a volte può essere un rischio, per cui mi avvalgo del giudizio di amici fidati che sono un po’ il mio comitato di lettura, composto di tre persone con cui mi confronto spesso, uno è Luca Gianfrate, gli altri due sono Sergio Pasquandrea e Daniela Gentile, che sono anche miei autori. Abbiamo gusti diversi, per cui c’è una pluralità di visione sui testi proposti che dovrebbe garantire una certa imparzialità di giudizio. Personalmente, e qui confesso i miei limiti, tendo a diffidare di una scrittura troppo astratta: in questo ho una visione “sociale” della scrittura poetica, non sono contro la sperimentazione, anzi, ma credo che se la poesia che pubblichi è così difficile che possono leggerla solamente in cinque, abbiamo fatto ben poco per la poesia e anche per i lettori. Allo stesso modo credo che a leggerla non ci si debba annoiare. Spesso mi arrivano testi molto ben scritti ma fondamentalmente noiosi, che fra le righe ripetono all’infinito lo stesso messaggio: il mio ego richiede attenzione! Aggiungo che come editore non credo nella ricerca del capolavoro a tutti i costi. C’è troppa ansia da capolavoro in giro, come se i capolavori si potessero comprare al chilo. Invece sono frutto di un processo di crescita e di fiducia, dell’autore in se stesso e del pubblico nell’autore. Per questo dico che ci sono libri molto belli, che non necessariamente cambieranno il mondo, ma che vanno pubblicati e letti pur nelle loro imperfezioni, perché sono tappe di un viaggio, di una crescita, perché ci raccontano il poeta e il capolavoro che verranno fuori domani, anche da questo passaggio. Ecco, quello che mi interessa maggiormente, devo dire, è la presenza di una “voce” che sia riconoscibile. Tanto è vero che il nostro hashtag è proprio #voceallapoesia. Non è una cosa scontata, la maggior parte dei manoscritti che mi arriva manca proprio di una voce che li caratterizza. Se c’è quella voce allora il libro mi interessa e sono pronto a investirci il mio tempo e le mie energie.

Quali sono stati a Suo dire i cambiamenti che hanno interessato il mondo dell’editoria poetica del nuovo millennio? Quali sono i punti di forza e le criticità di una piccola casa editrice che si occupa di poesia, come Pietre Vive Editore?

Mi pare che negli ultimi tempi si stia assistendo a una parcellizzazione del sistema editoriale, che ha influito soprattutto sul rapporto di forze fra autore ed editore a favore dell’autore. Anche se l’editore offre una certa patina di prestigio, il suo spazio di azione sul mercato è sempre più ininfluente, e per questo la differenza sulla vendita o meno del libro, sulla sua circolazione, la fa il singolo autore e quanto è bravo a vendere se stesso, i propri versi e la propria storia. Inoltre sono aumentati a dismisura gli scrittori di poesia. Sono centinaia, tutti desiderosi di gratificazione editoriale. In questo contesto in cui la domanda supera l’offerta, ci sono troppi autori, gli editori contano poco o nulla, spesso sono intercambiabili. Oppure guardati con diffidenza, quasi fossero “loro” la causa principale della cancrena editoriale della poesia. Cambiata la sensibilità degli autori, agli editori si richiede la pubblicazione gratuita. Gli editori, dicono i più sprovveduti, non devono lucrare sugli autori ma guadagnare onestamente dalle vendite dei libri. Che puntualmente non ci saranno. Né è un problema da poco, perché se di un libro di poesie, una piccola casa editrice stampa, realisticamente, circa 300 copie e di queste 300 ne devi vendere la metà solo per recuperare le spese (e non è detto che le venderai tutte) esattamente qual è il margine di guadagno con cui un editore che si è prefissato di pubblicare onestamente pochi e buoni titoli all’anno, potrà sopravvivere con dignità? Di contro, in un contesto in cui anche il lavoro editoriale viene sempre più assimilato al mondo imprenditoriale (“se il libro non si vende, è colpa tua che non sei un buon imprenditore” ti accusano) c’è chi, soprattutto fra quelli che non comprano libri, ti rinfaccia la stupidità di non chiedere denaro per il tuo lavoro. Il loro ragionamento è semplice: tu, pubblicando libri, svolgi un lavoro, da me soldi non ne avrai perché i libri che fai non mi interessano, quindi mi sembra giusto che tu li prenda dai diretti interessati, cioè dagli autori. Nessuno ci pensa, ma tu hai idea del grado di solitudine e di frustrazione sociale che vive un piccolo editore oggi in Italia? Se chiedi denaro agli autori per tirare il fiato, per loro e per molti tuoi colleghi non sei un editore serio (la prima domanda che ti fa chiunque ti invia un manoscritto è: “sei a pagamento?”); se invece non lo chiedi, per l’italiano medio che non legge, dunque per il 60% della popolazione, sei un imbecille; e per qualcuno, addirittura, sei un parassita perché piangi una miseria che non ti compete, per offrire un servizio inutile ai più, accusandoli poi, dal tuo piedistallo culturale, di non leggere e quindi di partecipare alla tua rovina. Come se fossi un barista che invece di far pagare il caffè a chi lo ha ordinato, andasse a portare lo scontrino a quello del negozio di fronte. Un punto di forza di Pietre Vive è che siamo così piccoli da muoverci sempre su piccole cifre, non avere mai grossi debiti, se fossimo più grandi diventerebbe più difficile mantenere in piedi la baracca, ma per ora ci arrangiamo con qualche affanno. Un punto di debolezza è che siamo così piccoli che non abbiamo la possibilità di fare grossi investimenti, anche per fare qualcosa in più per libri che ci piacciono, oppure per assumere qualcuno. Io faccio il 90% del lavoro editoriale e, ovviamente, ci sono punti dove non ho la forza di arrivare. Per fare un esempio, i nostri libri sono molto curati, questo perché è un lavoro che faccio in prima persona: editing, progetto grafico e impaginazione li faccio io. Di contro, se utilizzo il mio tempo per fare un libro, non ne avrò abbastanza per promuoverlo come vorrei, visto che faccio anche da ufficio stampa. Viceversa, se promuovo un libro, divento lento in fase di produzione, e ci sarà puntualmente un autore che si lamenterà per la mia assenza; e se si pensa che gli autori capiscano, assicuro che non succede: gli autori non capiscono mai quello che non riguarda loro in prima persona. Insomma, sono troppe cose insieme, lo so, ed è una situazione che dovrò sistemare in qualche maniera, ma devo capire come, visto che, anche se ci sono amici che mi danno una mano, non ho i margini economici per assumere stabilmente nessuno. Né sono sicuro che crescendo l’organico possa crescere di conseguenza il numero delle vendite dei libri. Credo anzi che ci sia una linea oltre la quale non si va, pubblicando poesia. In ogni caso Pietre Vive fa dei buoni libri, fa selezione sui titoli, non mi vergogno di nessuno di loro, non facciamo marchette, non prendiamo in giro gli autori, non promettiamo cose che non possiamo mantenere. Facciamo quello che si può al massimo delle nostre possibilità. È già qualcosa, direi.

Ha qualche aneddoto da raccontarci in merito a qualche titolo del vostro catalogo, a cui Lei è particolarmente legato?

Un aneddoto a cui sono legato riguarda Pino Simone, un poeta matto, ma con una voce bellissima e tutta sua, che stava al CSM di Martina Franca. L’ho letto la prima volta intorno al 2002 su un libro fotocopiato che girava in paese poco dopo la sua morte. Dieci anni dopo, quando ho aperto la casa editrice, mi è venuta voglia di ripubblicare quel libro e rendere un po’ di giustizia a un poeta minore, i cui versi mi avevano tanto affascinato. Ma come fare per i diritti, visto che lui era scomparso da un decennio e della sua famiglia nessuno sapeva più nulla? Ho cominciato una lunga indagine fra il centro dove era in cura, chiedendo ai dottori di allora, ai suoi amici, a chi lo aveva conosciuto e lo ricordava ancora. Ci ho messo quasi un anno per ritrovare sua madre che all’inizio, non fidandosi, non voleva nemmeno vedermi. Alla fine l’ho incontrata e, dopo una lunga chiacchierata, mi ha affidato tutte le sue carte, le poesie, i disegni, per farne un libro che abbiamo chiamato significativamente Datemi un posto e che in realtà ha venduto pochissimo, anzi ci sono andato in perdita, ma me ne frego, e sono contento di averlo fatto. Mi ricordo ancora cosa mi disse sua madre quando mi diede quei fogli: “Tieni, fai tu e fai piovere”. Quando sono uscito da casa loro, diluviava.

Secondo Lei, è corretto affermare che in Italia la poesia non susciti interesse, venda poco e sia in crisi, come spesso si legge e si sente dire? La poesia continua a rispondere ai bisogni dell’Uomo, nonostante le trasformazioni a cui la società è andata incontro e gli spazi pubblici sempre più esigui a essa dedicati? Cosa si potrebbe eventualmente fare per incrementare l’attenzione del pubblico e incentivarlo a leggere più poesia?

In Italia c’è crisi, certo, è una crisi culturale a tutto tondo. Per quanto riguarda il mio settore, basta andare a una qualsiasi fiera per accorgersene. Vedi regolarmente persone avvicinarsi al mio stand perché ho le copertine belle, prendere il libro in mano, aprirlo e poi rimetterlo giù senza leggerne nemmeno una riga, solo perché è in versi. E posso assicurare che i miei prezzi sono politici. Ma il rifiuto del verso è più forte. Dico di più, ultimamente ci sono state librerie che hanno rifiutano di prendere in carico i miei libri perché “la poesia non vende” quindi è inutile persino proporla. Insomma, è una lotta impari, il sistema editoriale così com’è concepito non funziona più, e andrebbe rivisto completamente. Eppure, forse per via della mia esperienza, mi sono fissato con l’idea che la scuola in questo senso possa ancora fare qualcosa, almeno per i lettori di domani, ché quelli di oggi ormai sono perduti. È da lì che bisogna ripartire. Fra licei e università, dove faccio spesso degli incontri con gli studenti, è incredibile quanti ragazzi scrivano e mi chiedano dei consigli per i loro versi. Vuol dire che c’è un bisogno innato di esprimersi in poesia, non fosse altro che la poesia è uno dei mezzi più intuitivi, immediati, economici: basta un foglio di carta e una penna, e ancora meno in epoca di slam, basta la voce. Ecco, io penso che magari, se venisse affrontata meglio a scuola, ci sarebbero maggiori risultati. Si fa troppa poesia da manuale, obbligando insegnanti a cui non frega nulla della poesia imposta dai programmi, a spiegarla a ragazzini che non si divertono a farla e che di fatto entrano in uno stato di nausea e di rifiuto permanente. A scuola, inoltre, si trascurano i contemporanei, e così si dà della poesia una versione imbalsamata, pesante e frigida, fino a farti esclamare, come il Totò dei Due Colonelli, “e ci si pulisca il culo!”. C’è un limite a tutto, pure alla poesia scolastica. Ecco, con tutto il rispetto per lui, io farei meno Dante e più Caproni, o spiegherei Dante partendo da Caproni, andando a ritroso. Certo, servirebbe prima di tutto un insegnante che sa chi è Caproni, e anche questo non è così scontato. Oppure, a chi dice che la poesia è difficile e non si può capire, metterei in mano Gadda e Penna, e direi: dimmi chi è più difficile dei due, il poeta o il prosatore? È una cosa che si può fare solo a scuola, domani magari nessuno riprenderà in mano né Gadda né Penna, ma almeno avremo sgomberato il luogo comune da qualche testa. Sarebbe un inizio. Meno spiegazioni e più letture, io la penso così, perché i ragazzi se sono stimolati, alcuni libri li leggono e le poesie, se piacciono, le condividono sui social. Questo, ovviamente, non succederà per tutti, anzi la selezione sarà tremenda, ma è una cosa per certi versi naturale. Va aggiunto, infatti, che la scuola così com’è oggi è un luogo profondamente ingiusto e classista, che nella sua impotenza didattica sta allevando una generazione di mostri. Non mi pare che la politica sia interessata a salvarla, anzi sta esacerbando la situazione in modo da aumentare il divario fra chi viene da famiglie con mezzi economici e culturali più solidi e chi no. Non fa nulla la politica, né ovviamente può far nulla la poesia. Però la poesia può dare, a chi ne ha bisogno, un salvagente cui aggrapparsi. Così ha fatto con me, così potrà fare con altri.

Da diversi anni all’editoria tradizionale si sono andate affiancando, affermandosi sempre più, nuove tendenze che vedono internet (dai blog/siti specializzati ai vari social) come dinamico luogo di scritture: per quanto riguarda la poesia, la Rete può aiutare o al contrario ostacolare la diffusione dei libri di poesia?

Secondo me, la rete è molto contradditoria per quanto riguarda la diffusione dei libri di poesia. Io mi considero uno scrittore social, nel senso che non baso tutto su quello, ma so che il mio lavoro è conosciuto anche per come mi racconto sui social. Eppure, a fronte delle centinaia di like che a volte può prendere un post per l’uscita di un libro, quel libro non venderà mai, o almeno non mi è mai successo, un corrispondente numero di copie. Così per le presentazioni. Organizzi una presentazione, vengono in cinque, fai una diretta, la vedono in cinquecento. Quanti libri hai venduto alla fine dell’evento? Due, ma fra quei cinque venuti alla presentazione. Chi ha seguito la diretta generalmente non compra, non mette mano al portafogli, non si sente coinvolto se non per lo spazio di un like. Sa che ci sei, gode del tuo successo, ma come voyeur. Gli unici autori che vendono realmente attraverso i social sono quelli che assumono la caratura di personaggi, di cui uno compra la loro storia esemplare più che la loro scrittura: penso ad autori come Franco Arminio, che è molto bravo nel gestione del proprio personaggio pubblico, ma onestamente non è un fenomeno nato con Internet, succedeva già con la Merini o prima ancora con D’Annunzio, per fare degli esempi. Inoltre, va detto, Arminio, o Guido Catalano, o il nome di un altro che sa come vendersi, sono persone che si fanno un mazzo così nella promozione, intervenendo ovunque, spostandosi in continuazione per l’Italia, ed è un lavoro a tempo pieno quello, sfiancante, un lavoro che non tutti sono disposti o in grado di fare. Diciamo che i social sono utilissimi a far girare e a far conoscere la propria poesia, in alcuni casi serve a procurarsi quegli inviti utili a girare e incontrare il pubblico, ma hanno un peso relativo nelle vendite, affidate ancora una volta al fascino e all’intuito del singolo autore. Ultimamente si assiste al fenomeno di una poesia nata in rete, cioè non pensata su carta e poi condivisa con una foto, ma già pensata per la rete e per una diffusione online. Prendi l’Instant poetry di cui tutti parlano, è una poesia spesso immediata che a me non dispiace e credo abbia delle dinamiche e un linguaggio tutto suo, anche se non so quanto reggerà alla prova del tempo. A volte ho la sensazione che chi si muove in questi nuovi linguaggi manchi del coraggio di portare avanti quel discorso fino alle estreme conseguenze. Ad esempio molti scrittori di Instant poetry, per quanto producano testi che hanno uno specifico valore nel contesto digitale, sognano ancora di finire in un libro cartaceo, non sono pronti a mettersi in gioco su un terreno che esclude definitivamente l’altro. E perché? Perché puoi avere migliaia di follower in rete, ma lo status di Poeta, con la maiuscola, lo conquisti ancora, soltanto, stampando un libro cartaceo. Di fronte a questa prospettiva, che io sappia, nessuno finora ha detto: “Me ne fotto e vado avanti per la mia strada!”

Che consigli darebbe a un/a autore/autrice che volesse pubblicare un proprio libro di poesia?

L’impazienza è il difetto più fastidioso di chi vuol pubblicare. E non parlo nemmeno degli esordienti, che potrebbero essere giustificati dalla mancanza di esperienza. Leggere i manoscritti che arrivano in redazione è un lavoro impegnativo, che richiede molto tempo, concentrazione e per cui pochissimi ti ringraziano. Io provo a rispondere a tutti, anche a chi rifiuto, ed è una attività parecchio faticosa, soprattutto se devi spiegare, con il giusto tatto, i motivi della tua scelta. Perciò, può passare veramente molto tempo per una risposta. E il silenzio, mi rendo conto, mette ansia. Posso capire, dunque, chi sente l’esigenza di scrivere per chiedere come vanno le cose; ma non diventate antipatici insistendo e tartassando le redazioni di mail o telefonate per una risposta immediata sul vostro manoscritto. È esasperante e, in più, controproducente, perché l’autore non ci guadagna nulla, solo una X sul proprio nome, etichettato come rompiballe. Inoltre, vi svelo un segreto, spesso gli editori di poesia, proprio perché piccoli, si conoscono, sono amici e i nomi dei rompiballe girano, allo stesso modo in cui girano i nomi degli editori disonesti.

Antonio Lillo (1977) vive e lavora a Locorotondo, dov’è direttore editoriale delle edizioni Pietre Vive. Fra gli ultimi libri pubblicati a suo nome: Rivelazione; Bestiario Fiorito (entrambi per Pietre  ive) e La nostra voce non si spezza (Stilo).

La rubrica “Scaffale poesia: editori a confronto” è a cura di Silvia Rosa 

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