CONFINE DONNA – III PUNTATA

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Quali sono le ragioni che ti hanno spinta a lasciare il tuo paese?

Siamo venuti in Italia con tutta la famiglia, in un periodo in cui in Albania c’era una sorta di “guerra civile”. Si rischiava veramente la vita perché spesso in città dove vivevamo, a Valona, girava gente armata. Era anche un periodo in cui rapivano tante ragazze per portarle all’estero a prostituire e io e mia sorella più grande eravamo in età “pericolosa”: io 15, lei 18 anni. Quindi i miei pensavano tutti i giorni a come fare a lasciare il paese.

Mi racconti del viaggio che hai intrapreso per arrivare in Italia?

Il viaggio è stato un lungo viaggio in barca di 16 ore. Sbarcati a Otranto, ma prima “raccolti” in mare da una petroliera russa. Eravamo in barca 39 bambini e il resto adulti genitori, in tutto 58 persone, comprese le persone dell’equipaggio della barca, che saranno state 2 o 3. Arrivati ad Otranto, ci hanno portato a Gallipoli e dopo Gallipoli, a Grosseto in un campo profughi. L’esperienza più brutta per me non è stato il viaggio ma il campo profughi. Sembravamo delle bestie.

Che cosa ti ricordi del tuo arrivo in Italia e dei primi tempi che hai vissuto nel nostro paese?

Una volta usciti dal campo profughi, dove siamo stati poco più di una settimana, siamo andati a Trento, dove viveva un cugino di mio padre. Siamo rimasti lì da lui poco perché poi mio padre trovò lavoro e ci spostammo in una casa nostra. Era ancora un periodo dove in Italia non si accettavano per nulla gli stranieri. A Trento poi c’era molto razzismo e le persone ti trattavano come se fossi un delinquente o comunque una persona da evitare. Ma poi io andavo a scuola, era dura, ma ho imparato a essere forte. Siamo stati nel Trentino per 2 anni. Forse i più lunghi due anni della mia vita.

Qual è stato il tuo rapporto con la scrittura in questo percorso d’emigrazione?

Quando siamo arrivati in Italia non sapevo la lingua. O almeno credevo di non saperla, non avevo mai studiato italiano. Avevo solo guardato fin da piccola film di animazione in italiano e la tv italiana. Senza rendermene conto, parlavo italiano. Ho cominciato presto la scuola però, ripetendo la terza media (anche se in Albania ero alla prima liceo), per 2 mesi per prendere il diploma e poi frequentare il liceo. Al liceo ho imparato molto bene l’italiano grazie allo studio del latino. Il latino mi ha aiutata a capire tutto su tempi verbali, congiunzioni, costruzione della frase. Mi ha veramente aiutata tantissimo.

Come hai superato il confine della lingua, giungendo a scrivere in italiano?

Non so se so rispondere a questa domanda, ma ci provo. Credo che lasciare il mio paese mi abbia segnata, però io nel mio profondo, non mi sento una migrante. Sono passati 20 anni e ho vissuto in Italia più della metà della mia vita, ho avuto qui lo sviluppo verbale e completato qui la mia formazione anche come donna. Una cosa strana che ricordo sempre è che da bambina quando leggevo in albanese io quasi balbettavo, non ho mai avuto una lettura fluida in albanese. In Italiano invece, non so come spiegare, sono nata per parlarlo, è la mia lingua, la sento dentro, nelle viscere, nei sogni, è quella che parlo nell’inconscio.

Qual è il confine che ti ha segnata di più, cambiandoti, quello dal quale hai sentito di non poter fare ritorno?
La lingua è il confine, in un modo o nell’altro, quindi è parlando un’altra lingua che ho sentito di attraversare un vero confine. Io sono una persona che adora i cambiamenti, amo cambiare le mie opioni e quello in cui credo, quando succede qualcosa. Sicuramente il viaggio intrapreso per forza di cose mi ha cambiata, perché lasciare un paese e vivere in un altro implica dover affrontare una grande trasformazione. Ma non posso parlarne come di un confine, nemmeno incapacità di ritorno. È un fatto della vita che ti accompagna.

 

da “Volti dell’Acqua” (Edizioni Smasher, 2012)

si sono fermati il vento, il cielo
che alza la polvere mentre cammini,
le nomee delle maree
tra i muri d’acqua e pelli ovunque
hanno sentito l’ululato dei lupi
hanno tolto gli abiti
si sono dati il bacio sulla fronte
bambini
risacche di caduti
uno due
tremila voci
hanno nominato la terra
hanno piegato, vestito la madre e il padre
praticato il perdono, detto la preghiera
sottovoce o urlando, mille volte,
ché Dio è morto tra gli alberi tagliandosi
le vene; Dio è morto senza nome.
non dimenticarti di andare all’acqua
a lasciare una mollica di pane:
attaccati alla spiaggia ci sono i resti morsi
delle unghie che hanno graffiato l’acqua,
hanno demolito la saliva e teso giù il collo
in picchiata sono caduti, si sono suicidati
hanno scelto di sentire come si fa a morire
con le scarpe addosso
ed una sete da far male.
*
arrivi. scorgi l’orgia delle femmine,
degli uomini storpiati nelle bocche,
le fasce di bambini uniti ai corpi
piccoli delle madri. il tarlo al legno
che presta voce all’onda ti richiama,
ti inghiotte un buco per volta, trasuda
nel silenzio lo sparo e giù giù a picco
nel profondo dimena i pesci sordi
pronti a fuggire. ma resti ché devi
restare, impianti i piedi e non cadere
col braccio che sostiene il corpo, tieni
la nuca e guardi giù, come nel mare
sprofondi nello scoglio che rispecchia
il volto senza segni, come nuova,
sordità che ti toglie la catena
allo sguardo, che lasci ripercorrere
nuovamente, ma tremi; e non fiatare.
*
nel volto i volti, le mani, le pieghe
sinistre, e dita, dentro le narici
di corpi sfatti, misti umore gli occhi
che prendi ai polpastrelli, che poi chiudi
– è l’ora e non ti guardi – perdi gola
nella perdita, terra più lontana,
più mare intorno, più solco, l’estratta
acqua per non guardare. oltre ritorni
bambina, accogli la voce ch’è dentro,
frammenti quel frantume raso a buco,
resti piegata nel corpo, le gambe brevi,
sorde unghie, da tenere strette;
mitili a prua, forti silenzi, ombre.
*
così sta dappertutto il fiato raso
le preghiere continue, poi tra seni
madri, i nidi di voci, lobi bianchi
allungati ristretti; nella fame
la voce resta muta. scese nuche
ferme a croce, nei solchi, tesi gli occhi,
le braccia, i segni all’acqua che ti affonda
una gola alla volta: qui respira
la terra prima ancora che tu nasca,
prima ancora la morte che ti guarda
guardi con occhi nuovi.
*
così cedi lo sguardo dentro il corpo,
coi muri dilatati della pelle
stirata, dorso a dorso, fiato a fiato:
porti con te il rumore, la risacca,
la forma d’onda fissa nel tuo grembo,
porti l’odore, la fiamma, l’assenza
della luce, l’orrore qui nel cuore.
fermo a terra il dolore. nel tremore
l’armonia alle ginocchia umide strette
nelle lenzuola, con i volti rasi
degli occhi, finti sorrisi, da brevi
spettri che camminando nella polvere
si sentono stranieri.

 

Anila Resuli, nata in Albania nel 1981, naturalizzata italiana, vive vicino al lago di Garda. Suoi testi sono stati pubblicati sulla rivista Specchio (a cura di Maurizio Cucchi) inserto de La stampa,  sulla rivista Le voci della Luna nel marzo 2007, sulla rivista Historica – Il foglio letterario (2009),  nell’antologia Nella borsa del viandante. Poesia che (r)esiste a cura di Chiara De Luca (2009). Nel 2009 fonda Clepsydra Edizioni, un progetto di pubblicazioni su Ebook. Nel 2010 presiede la giuria al premio Daniela Cairoli e ritorna come parte della giuria nel 2011 e 2012. È presente nell’antologia di poesia ceca e poesia italiana Dammi la mano, gioia mia. Podej mi ruku, radosti moje, Praha ed. Vicenza, 2010. È stata tradotta in portoghese per la rivista cartacea di San Paolo Celuzlose N°1, dalla poetessa Prisca Agustoni. Nel 2010 scrive la prefazione al libro Sulla via del labirinto di Alessio Vailati, edito da L’Arcolaio. Fa parte dell’antologia Sempre ai confini del verso. Dispatri poetici in italiano a cura di Mia Lecomte, PRISMI, Francia 2011. Nel 2012 vince la sezione “Letteratura in fasce” al Premio Ulteriora Mirari di Smasher Edizioni, pubblicando il suo primo libro Volti dell’acqua. Nel 2013 scrive la prefazione al libro Gli angoli (aprono i loro acuti per ingoiarci) di Sebastiano A. Patanè Ferro, Edizioni Smasher.

 

La rubrica “Confine donna: poesie e storie d’emigrazione” è ideata e curata da Silvia Rosa
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