AMEDEO GIACOMINI. QUEL NULLA BASTARDO CHE ALTRI CHIAMANO FELICITÀ
di Christian Sinicco
Il presente articolo esce in collaborazione con la rivista «InAspreRime» 1, 2016 (Campanotto, Udine)

A dieci anni dalla scomparsa del poeta friulano Amedeo Giacomini, si stanno organizzando una serie di attività per ricordarlo, tra cui anche l’opera che raccoglie tutta la sua produzione, IN AGRIS RIMIS (Il Ponte del Sale, Rovigo 2016) con note a cura di Stefano Strazzabosco, Gian Mario Villalta, Matteo Vercesi e Lisa Gasparotto.
Leggendo Giacomini, è semplice rintracciare nella sua poetica le fonti di ispirazione, quel nutrirsi di dettagli della quotidianità delle persone a cui fa da contraltare la forte sensazione di dolore, filtrata da una «cossiense» amara, da una parola destinata a contorcersi, da descrizioni di situazioni in bilico – penso alla descrizione del quadro del «Crist barbàric» nei suoi primi testi, che mi rimanda all’uomo che vive in osteria e rappresenta una umanità senza domani; e, attraverso una serie di astrazioni, nel testo poetico, emerge quasi sempre la questione dell’esistere in relazione al concetto di nulla, che il poeta abilmente dipinge con il suo modo di intendere la vita, sottolineando contrasti, osservando la modificazione della società friulana e dei suoi “abiti”.
«No, nol è chistu l’amor» è la prima grande negazione a cui accenna Giacomini in Tiare Pesante (1977-1978), e nemmeno le invocazioni che si trovano in Vâr (1981), cambiano la prospettiva di un destino che va nella direzione del «nuje», del nulla: fanno da sfondo a queste due opere le perdite in seno alla famiglia e il tema dell’emigrazione verso gli altri paesi, che a più riprese ha scandito le vicende della popolazione friulana, nonché la disillusione di coloro che sono tornati.
Inoltre il desiderio di restare nella terra dei Vâr (l’odierna Varmo, in friulano Vildivâr, il cui nome deriva dagli antichi feudatari che vi risiedevano, che hanno dato pure il nome al fiume che sorge nei pressi del paese) si lega all’idealizzazione di una società preindustriale, rivolta ai vecchi mestieri, alla natura e ai suoi ritmi: si evidenzia così lo spartiacque tra due modelli di società, quella capitalistica e quella “naturale”, ancora percepita dal poeta, esistente anche se sopita. Una Arcadia che, nonostante l’inverno, osserva fiduciosamente le gemme sui rami dei pioppi, mentre dentro a un capanno due amici bevono il caffè e rivivono in compagnia la «speranse» nel ricordare la loro giovinezza, e quella voglia di partire, di molti anni prima, alla volta della Francia per fare i muratori con l’intenzione di costruire qualcosa per se stessi.
Il dialogismo dei primi due libri non potrà più essere riproposto con la stessa forza: Giacomini stesso pare avvertire il momento storico; grazie anche alle vicende personali, la tensione formale che ha accumulato lo porta spesso a cantare urlando «une cianson / fate di nuje», che compra la sua poesia al mercato del «mâr-vâr dal jessi nât (mare-fiume dell’essere nato)» in un grande grembo fatto di riflessione escatologica, morte.
In Sfuejs (1981) e Fuejs di un an (1984), il poeta si mette in gioco dal punto di vista della formatività, e con un “io” che si dice «bintar (disadattato)» sceglie di narrare di amici, personaggi del paese, tenendo una sorta di diario. Giacomini si presenta con autoironia, ma si nota un equilibrio maggiore tra la narrazione del sé e il “fuori” della coscienza, si intravedono molti spunti e sperimentazioni sotto forma di poemetti, canzoni, filastrocche, blues.
Chiude Sfuejs proprio la Naine da l’últime cioche (Filastrocca dell’ultima sbronza), che convince per l’intrinseca teatralità e per il finale dove viene immaginata l’invasione della grande casa di Dio, solo per sentire le sue grida – e fra i suoi «àgnuj timbre-cartêj (angeli timbra-cartellini)» sentirlo chiedere «Pietât», per sé e per l’umanità.

Naine da l’últime cioche

Medeo al à li’ mudàntis spòrcis,
Medeo al à paúre di svualà,
Medeo al odee Jesù Bambin,
Medeo al tae figuri’ góbis ta la gome di mastià;
quant che l’aghe ‘a gote,
Medeo al vaj,
ô sancta sanctorum,
ô sancta scrotorum,
ô fontànis ch’ a’ slusígnin,
ô grande brutesse dal om,
in ogne luoc, come strons di cian
ch’ ‘i tu pèstis la matine,
ô danâs imbessîj ch’ ‘i seis par dut,
ô púare zave solitarie,
ô il tic-tac da li’ spèris,
ch’ a’ nus trapasse duç,
quilibrâs e squilabrâs,
sans e stítics,
ô barbons, ô torzeons,
ch’ ‘i stais ta li’ andrònis di miserie
dal mont indorât dai siôrs.
ô i fîs ch’ a’ vignaran brus,
ô la tristesse e li spàdis
e li’ parês ch’ a’ si siàrin e il marum
– nuje Usselut di Nadâl,
nuje Sinisute,
nuje Passarute,
nuje Bachete Màgiche,
nuje Grains Mèstris d’ ogni timp
– cucuc – dome miarde, scoreàdis
par cians e par frus,
dome miarde e smiardamens,
dome miédis sense passiens,
dome nûj sense ploe,
dîs sense dîs –
Ô Díu Onipotent che dut chistu Tu nus ât dât,
quant ch’ ‘i invadarin la Tò grande ciase giudíe,
fra i Tiei àgnuj timbre-cartêj,
j’ voj sintî ‘ne volte la Tô vôs ch’ a’ sighe:
Pietât
Pietât
Pietât
e misericordie par Té stes e par nò
e par chel ch’ ‘i Ti fasarin…
… … … …
J’ svolti par víe Politi al vincequatri,
j’ soi rot, j’ ài sun..
Uaaaaah!

Filastrocca dell’ultima sbronza – Amedeo ha le mutande sporche, / Amedeo ha paura di volare, / Amedeo odia Gesù Bambino, / Amedeo ritaglia figurine gobbe nella gomma da masticare; / quando gocciola l’acqua, / Amedeo piange, / oh sancta sanctorum, / oh sancta scrotorum, / oh fontane che luccicano, / oh grande bruttezza dell’uomo, / in ogni luogo, come stronzo di cane / che pesti la mattina, / oh dannati imbecilli che siete in ogni luogo, / oh povero rospo solitario, / oh il tic-tac delle lancette / che ci trapassa tutti, / equilibrati e squilibrati, / sani e stitici, / oh barboni, oh vagabondi / che state nei vicoli di miseria / del mondo indorato dei ricchi, / oh i figli che si faranno brutti, / oh la tristezza e le spade / e le pareti che si chiudono e l’amarezza / – niente Uccellino di Natale, / niente Cenerentola, / niente Fichina, / niente Bacchetta Magica, / niente Grandi Maestri d’ogni tempo / – cucù – solo merda, frustate, per cani e bambini, / solo merda e smerdamenti, / solo medici senza pazienti, / solo nubi senza pioggia, / giorni senza giorni. / Oh Dio onnipotente che tutto questo ci hai dato, / quando invaderemo la tua grande casa giudìa, / tra i Tuoi angeli timbra-cartellini, / voglio sentire una volta la Tua voce che grida: / «Pietà» / «Pietà» / «Pietà» / e misericordia per Te stesso e per noi / e per quello che Ti faremo… / … … … … / Svolto per via Politi al ventiquattro, / sono rotto, ho sonno… / Uaaaaah!

In Antologia privata (Mobydick, Faenza 1997), che raccoglie le sue poesie, manca proprio questo testo, tra i più significativi del periodo.
È una scelta del poeta che meriterà un’indagine, perché gli ultimi testi di Sfuejs hanno numerose rispondenze con quelli successivi di Fuejs di un an (scritto tra il 1981 e 1982 come un diario, Fuejs di un an costituisce per il poeta «l’ideale completamento dell’ultima parte di Sfuejs» al punto che vengono ripubblicate dall’autore sei poesie del libro precedente). Alcuni testi hanno modalità di scrittura simili, ad esempio San Simon ricjatât, Festival da l’Unitât e Tirade gjenerassional, in cui si ricorda l’invenzione del miracolo economico da parte dei signori del Palazzo, le feste del Partito Comunista, le marce per il Vietnam, il pantano dell’aver troppo che soffoca, il «ridi da li’ sòliti’ róbis / ch’ a’ dísin sul nostri stâ ben, sul… preâ Díu, / par convínsinus a murî sicu si é nâs, scjafoâs za tal lútaro dal nuje… (ridere delle solite cose / che dicono sul nostro benessere, sul… pregar Dio, per convincerci a morire come siamo nati, / soffocati già nell’utero del nulla…)».
Presumût unviâr (1987) è il libro che porta a compimento e approfondisce la poetica della «cossiense» amara.
Giacomini esplora la condizione della solitudine umana in un presunto inverno dove nulla può più accadere, e la sua introspezione si avvale di una nuova grammatica, la «gramàtiche rote dal jessi (grammatica rotta dell’essere)» alla ricerca di un «cjantâ inturgulît di fòrmis / ch’ a’ no bàstin pûr a sondârati (cantare intorbito di forme / che pure non bastano a scandagliarti)».
A questo proposito il poeta chiede una speciale dimissione dall’essere umano, attendendo quel freddo vento dell’est capace di ferire il petto ghiacciato degli uomini, o cerca una liberazione da se stesso in un «prisint-storie-vere (presente-storia-vera)», o in un luogo interiore, il «piardi-si in sé (perdersi in sé)» per «strenzi il segret dal cour ch’ al mature (stringere il segreto del cuore che matura)» o imparando a cantare pure in una «gjonde malade (malata felicità)», in quel nulla bastardo che altri chiamano felicità.
E lo scivolare nelle crepe della vita come il vento o come una serpe verde, spinge nuovamente la scrittura di Giacomini a ritagliarsi un luogo e a reinventarsi. In âgris rimis e gnovis (1994-1997) il tema dominante, che sovrasta il suo sentire, è la «paure», parola più volte ripetuta, a cui si contrappone ciò che non si può comprare al mercato, una poesia che ha il significato di una escatologia, in un divenire di luce presso le tombe, in un sognato pantano.
Qui la «cossiense» di Giacomini chiede alla Luna di essere trasformata in un’oliva, anch’essa amara, sul tavolo dell’osteria, e in questa natura-carne-morta abita il sentimento, una «mare veretât (amara verità)» per un ventre che trema per l’amore.

In âgris rimis

In âgris rimis, in dûr lancour
’i cjanti il miò dolour,
lûs fraide, ingosade ta un vuéit
ch’al clame sidinour…

Lin víe, piardinsi ta un là a mont
di aghis verdi’ e zalis,
sun che strade ch’ ’a tapone
l’últin sossedâ di un amour…

La crete sute dal dí
a disvele un sflandour
di cuessis viartis,
mare sêt dal misdí…

In âgris rimis
jo, piardût, ’i serci
ta chel nuje il miò murî…

In aspre rime – In aspre rime, in duro languore / canto il mio dolore, / luce marcia, angosciata sciolta in un vuoto / che si chiama silenzio… // Andiamo, perdiamoci in un andare verso un tramonto / di acque verdi e gialle, / su quella strada che nasconde / l’ultimo sbadiglio di un amore… // La creta asciutta del giorno / svela uno splendore / di cosce aperte, / amara seta del mezzogiorno… // In aspre rime, / io perduto cerco / in quel nulla il mio morire…

Amedeo Giacomini (Varmo, 12 Gennaio 1939 – San Daniele del Friuli, 23 Gennaio 2006), primogenito di una famiglia contadina di umili condizioni, dopo la laurea in filosofia ad Urbino si dedica all’insegnamento, dapprima nelle scuole medie, quindi presso l’Università di Udine. Autore di memorabili prose, tra cui spicca L’arte di andar per uccelli, entra in contatto con l’ambiente milanese e pubblica romanzi, versi, traduzioni, saggi. L’esordio in friulano avviene nel 1976 con Tiare pesante, a cui seguono Vâr (Scheiwiller, Milano 1978), Sfuejs (Scheiwiller, 1981), Fuejs di un an (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 1984), Presumût unviâr (Scheiwiller, 1987), In âgris rimis (Scheiwiller, 1994), opere che lo collocano ai vertici della poesia di fine secolo. Dal 1986 al 1998 dirige la storica rivista «Diverse lingue», all’epoca punto di riferimento letterario imprescindibile. Nel 1997 pubblica Antologia privata (Moby Dick, Faenza). Negli ultimi anni di vita intensifica il rapporto con gli artisti e i giovani poeti friulani e veneti che riconoscono in lui un maestro.

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