Da Verso Buda (Lietocolle, 2004) a Maiser (Marcos y Marcos, 2017). Un percorso artistico le cui radici, per citare Pusterla nella prefazione di Maiser, affondano nella realtà più bruciante. Alla luce della sua opera, qual è il rapporto tra poesia e coscienza civile, etica?

La tematica portante che “inseguo” sin dall’esordio, è la collocazione: il luogo nella coscienza dell’uomo, l’uomo nei confronti del tempo, il tempo in rapporto col luogo, la storia che ne deriva come anche la manomissione della storia, degli eventi e la costellazione di risultati. È un percorso che mi vede scavare la cronaca, nutrendo i testi di realtà, ancorandoli al mondo reale. Esigo infatti di vivere di persona tutto ciò che poi diventerà scrittura.
Dire cronaca significa spesso convocare la tragedia, l’orrore, il vuoto. Questi termini, nell’imperfezione che racchiudono, sembrano quasi perfetti: hanno parole, attenzione, sfumature e metafore. Sono impronte di una frattura profonda e per questo apparentemente visibili ma per paradosso, sono l’emblema dell’invisibilità, dell’antipoetico per eccellenza. E come può la poesia occuparsi di cose abbiette?
Il linguaggio diverso, il linguaggio della poesia, è una minaccia: interroga, confonde il senso d’identità, genera un trauma nella percezione del sé e degli eventi. La poesia a questo occorre: a combattere l’imminenza dell’addio (dal presente e dalle memorie); combatte l’essere raggelati e aiuta a ritrovare la chimica se non della quotidianità perlomeno della complicità con la vita che prosegue nonostante l’attrito. È quel linguaggio che permette la distanza come la vicinanza: quando scrivo sono per me sullo stesso piano. Entrambe creano e diventano il palcoscenico alla normalità avendo a paragone l’opposto; rendono vivibile e guardabile ciò che è inaccettabile. La poesia è il dettaglio che stabilisce una relazione intima. La poesia, incarnando l’orrore, è l’esorcismo della paura. Io scrivo di chi ha paura, di chi cerca un’identità, di memorie combattenti e dell’oblio; io cerco con le parole il chiaroscuro oppure una carezza affettuosa nelle tonalità di grigio che tutto avvolge; inseguo i corpuscoli come fossero presenze in controluce, filigrane, dispersioni documentali per le quali tento una forma, forse un perimetro, declinazioni per gradienti e scale. Per farlo mi immergo e vivo di persona ciò di cui scriverò. Io cerco il silenzio capace di urlare per dire di chi voce non ha più.
Le sollecitazioni alle quali ci siamo abituati sono barbagli al fosforo, un effetto stroboscopico che non permette il tempo perché c’è un diversi tempo ritmico, più scandito o fitto. L’attenzione è sempre più in un coma farmacologico e per paradosso sempre più in iper-sollecitazione: tutto è così mostrato da diventare invisibile, è massa di cose, di informazione e di persone senza persistenza né voce. La poesia, al contrario, non è una massa ma una singolarità e forse è per questo che è più complessa: chiede attenzione e focalizza. È il contrario del sorvolo perché la poesia scava, cerca, restituisce perché talvolta trova ma lo fa sotto forma di domande: la buona poesia solleva domande e ha il dovere primo di sollecitare risposte. Per essere etico, un poeta non può imporre risposte né permettersi di auto-assegnarsi un ruolo di dispensatore di verità. Deve invece perseguire nella propria lingua e fare esperienza di quanto scrive, di quanto legge come anche del dialogo che deve instaurarsi con l’altro che sia fatto storico, avvenimento corrente o persona terza (e va da sé che ritengo tutta la poesia ombelicale, centro-centrica/egocentrica assolutamente inutile).
Sono comunque consapevole che la parola esperienza e la parola etica fanno a cazzotti se messe assieme: l’esperienza è quella somma di fatti e spesso di errori da cui si impara per “aggiustare il tiro”, per crescere e fare meglio alla volta successiva; è quella somma di tentativi che bene o male ci instradano. La parola etica invece è quella scienza del costume che, regolando le azioni dell’uomo in conformità con la legge morale, è volta al conseguimento del bene, quindi potenzialmente nasce già scevra da errore. In poesia credo debba avvenire la fusione. Potremmo cosi mettere insieme e fondere i due concetti con astuzia: usare l’etica per avere un rigore di fondo teso ad essere metodo di ricerca e produzione ma allo stesso tempo avere l’improvvisazione, ed ecco apparire la parte “sbagliata”, quella dell’errore che però è quella che ci porta più lontano.
Qui forse la mia definizione di poesia come concetto etico (o come altri la definiscono, di “poesia civile”): esporsi, mettersi in gioco, avventurarsi, convocare l’esterno disseppellendo argomenti che per disattenzione (voluta o involontaria) siano stati rimossi con la consapevolezza che il tempo è sia unico (qui e ora) che ciclico. Ricordarsi, a monito costante, che viene contratto un debito che non verrà mai saldato

Lei è anche attivissimo promotore culturale; numerose le iniziative di cui è ideatore e portavoce. Qual è stato, da questo punto di vista, il suo percorso? E in che modo questo influisce – se influisce – sul suo lavoro letterario?

Sarà complesso tirare le somme di oltre un decennio, riassumendo il più possibile aree di intervento tra loro diversissime. Anticipo che sono due percorsi che mantengo separati: la poesia che scrivo è una cosa e l’essere promotore culturale è una vita parallela.
Ho iniziato scrivendo recensioni per varie testate (e non solo web) passando poi ad articoli a più ampio raggio, poi a creare rubriche, alcune portate avanti per molti anni ma ho co-fondato testate culturali (anche se di breve vita) arrivando al 2014 quando ho rifondato e diretto la versione web della storica rivista Atelier (ora passata in nuove mani). Ho scritto reportage di viaggio per il quotidiano ticinese La Regione, ho creato e condotto un programma radio dedicato interamente alla poesia per una radio privata svizzera (il primo nel suo genere) e co-diretto per un breve periodo la rassegna PoesiaPresente fondata da Dome Bulfaro: poi, a seguito di progetti poetici in diversi ospedali, ho successivamente collaborato con la Fondazione Sasso Corbaro per le Medical Humanities (hanno sede a Bellinzona) per i quali ho tenuto interventi verso i “curanti” (infermieri, medici, operatori sanitari ma non solo) per mettere in dialogo letteratura e le pratiche di cura. Sono stato ospitato in programmi di alfabetizzazione e promozione della letteratura in diverse carceri e anche in progetti per ipovedenti. Negli ultimi anni ho promosso la letteratura ticinese e di lingua italiana all’estero -accolta e pubblicata da riviste ed editori- e sono entrato nella commissione scientifica del festival di traduzione Babel oltre che in quella del festival Chiassoletteraria. Sono nel comitato di direzione dell’A-d-S (l’associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri) e dal 2017 curo la collana di poesia per l’editore svizzero Gabriele Capelli grazie al quale è stato possibile tradurre per la prima volta in italiano la poeta neozelandese (più volte candidata al Nobel) Janet Frame, che molti ricorderanno per il film “Un angelo alla mia tavola” firmato da Jane Campion.
Perseguo un lavoro di promozione complesso e poliedrico per approccio (ogni incarico ha proprie peculiarità) e che talvolta occupa così tanto tempo da farmi rimandare la poesia che vorrei scrivere. Influisce quindi, ma non in modo negativo: mi permette anzi di confrontarmi con ciò che non conosco o conosco meno; la più diretta conseguenza è una aumentata curiosità che infine trasforma in approfondimenti. Su tutto, l’elemento essenziale è il sollevare costantemente domande e nutrire il confronto.

Progetti in corso e futuri?

In pentola bolle molto: restando nel cosmo della promozione culturale, c’è l’apertura -capitanata dall’AdS – della Casa della Letteratura per la Svizzera italiana che avrà sede a Lugano: è un progetto molto complesso ma siamo pronti e le porte apriranno il 30 marzo. Poi il nuovo volume della collana di poesia che curo: grazie a Marco Sonzogni che ne è il traduttore, pubblicheremo Seamus Heaney e il suo mirabolante Wintering Out (Traversare l’inverno).
Sul piano personale, per tutto il mese di Febbraio la RSI (Radiotelevisione della Svizzera italiana) manderà in onda il radiodramma da loro prodotto e tratto dal mio Maiser, libro che continua ad avere una vita luminosa: è infatti in traduzione in tedesco per la Limmat Verlag di Zurigo e in francese per le Éditions d’en bas di Losanna (mio editore storico). Poi ci sono alcune antologie in uscita in diversi paesi, come anche diversi festival in mezza Europa, ma soprattutto sono al lavoro per il mio prossimo libro che tratterà le comunità Walser. Nuovamente sarà una ricerca sull’identità e sulla collocazione e sarà una bella sfida affrontarla in poesia e tenere le redini di quasi tre secoli di storia. Sarà nuovamente l’aprire una falla, prestare attenzione alle realtà, scriverne cercandone i punti essenziali e più pungenti o scomodi o illuminanti e restituirla infine, per far sì che vi si presti attenzione.

 

Da Maiser (Marcos y Marcos 2017; Premio Svizzero di Letteratura 2018)

Dalla sezione La terra dei miracoli (1953)

XXIII

Milano, Stazione Centrale
la bolgia al binario intasato di gente
e voci e valige, si capisce più gnénte
e stammi vicina Fermina Furmì
andiamo di lì
permesso permesso dobbiamo passare
attento Brunè nun perdere gnénte
e tiene Fermina la borsa sul ventre
e incassa la testa per farsi piccina
camminando a passetti, preceduta da Bruno
con le mani occupate le valigie portate
la fisarmonica in groppa, la folla che spinge
che han tutti fretta
e da ogni binario un fiume di gente
che sembran formiche
perché la stazione è un grandissimo Duomo
o così almeno gli pare
dall’alto a cadere quei raggi di luce
che l’ha fatta il Duce questa bella stazione
Brunè, ma tu l’hai mai vista ‘na roba così?
Al binario per Chiasso
c’è ancora più gente, le valige ammassate
e quegli sguardi perduti
di chi cerca un appiglio in qualcosa che sa
ma dove tutto gli sfugge
e son tramortiti, hanno sguardi braccati
aggrappando ai saluti, ai visi restati
al fumare nervosi guardando per terra
contando la terra come a volerla imparare
e quasi piangendo facendosi forza
grattandosi il mento nascondendo la faccia
tra mani sdrucite e giorni colati, affannati
lasciati alle spalle
il tempo di un tempo che mai più tornerà.
Bruno e Fermina indugiano appena
e prendono posto, facendosi largo
tra mille dialetti, i visi interdetti
Fermina rinchiusa nella voglia di pianto
che dice che a Roma c’aveva i cugini
alle cave di sabbia, che sono padroni
che forse il lavoro stava bene anche lì
poi il fischio, lo strappo, il vagone ch’è in moto
e scorre il binario
lasciando il coperto della grande stazione
e ritorna la luce e scorre Milano
e poi sono i campi dove cresce il foraggio
così rigogliosi ai primi di maggio
Fermina Furmì ma hai visto che bello?
e Fermina annuisce mentre guarda i bagagli
che la meraviglia ha un brutto colore
ha un gusto di brace, di lento dolore.

 

Dalla sezione Schwarzenbach (1976-1974)

XXXIX

Maltrattato
s’è lasciato umiliare:
non ha aperto bocca. Come l’agnello
condotto al macello
come pecora muta davanti a chi tosa
non ha detto bah.
Questo Bruno racconta
dicendo dei fatti, di quel tizio schiacciato
e abbassa la voce perché più non capisce
perché nuovamente è un mondo al contrario
e questo Bruno lo sa:
quel poveretto non ha detto parola
ma troppe già
ne han dette la gente, ripetendo e insultando
senza troppo capire
e ormai sono mesi che va avanti così.
Mandar via gli stranieri
pare il verbo comune o la religione
per l’oppressione, l’ingiusta sentenza
a toglier di mezzo gli emigranti italiani
i lavoranti
dalla sorte percossa e dalle ossa piegate.
E trema Fermina
e prega piangendo
sperando in qualcosa che bene non sa.
Un uomo è al centro di uomini forti
che tuonano e gridano
di volgarità, di numeri e braccia
e quote in eccesso
di confini e di ladri, di invasori bisunti
di mostri affamati senza arte né parte
che vengono qui a rubare le donne
il lavoro e le case, sul patrio suol.
E tutti quei nomi che sono affibbiati:
dai più banali makkaroni o rital
a tschinggeli cincali
e fabbrica gatti -perché figliano troppo-
oppure maiser per chi suda nei campi
ma in Ticino è per tutti lo stesso
terrone terùn
una razza accessoria che imprecisa convive
nell’angoscia vestita con un nome da niente.

 

Fabiano Alborghetti (1970). Ha pubblicato svariate edizioni d’arte, plaquette e le raccolte Verso Buda (2004), L’opposta riva (2006), Registro dei fragili, 43 Canti (2009), L’opposta riva, dieci anni dopo (2013). Estratti di sue poesie sono stati tradotti in-extenso, per riviste e per antologie, in più di dieci lingue. Ha scritto di critica letteraria per riviste e sul web, ha fondato riviste letterarie, creato rubriche dedicate, programmi radio, progetti in carceri, scuole e ospedali. Grazie alla Fondazione Svizzera per le Arti Pro Helvetia e al Dipartimento federale degli affari esteri ha rappresentato la Svizzera e la lingua italiana in numerosi festival nel mondo. L’ultima raccolta è Maiser (Marcos y Marcos, 2017; Premio Svizzero di Letteratura 2018). Info complete: www.fabianoalborghetti.ch

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