Gorizia On Off, la nuova opera di Giovanni Fierro, uscita per qudulibri edizioni (dicembre 2017) è un viaggio nel tempo (di oggi), nello spazio (di una città), nella dimensione umana delle emozioni; è un viaggio organizzato in versi, in mesi, in stagioni, in poesia. Entrare in questo libro significa sfiorare da vicino le pieghe della vita, osservarle in controluce, con tutto il carico che esse portano.
Una sorta di «vita in versi» di una città- per dirla con un grande maestro del Novecento, come Giovanni Giudici-, aspra e senza sconti, quasi carsica se è vero che si insinua nei meandri del quotidiano, nelle scintille delle relazioni, nei cunicoli bui e desolanti – a volte senza via di scampo- in cui la sorte decide di collocare alcune creature.
Come la Galleria Bombi di Gorizia che può diventare una grotta, il luogo di arrivo, di rinascita forse, il luogo di rifugio dove «si può dormire, ma non sognare».
C’è il dolore, ma anche il piacere in questo libro che contiene un’anima e tante anime con i loro carichi di sogni e disgrazie, di miseria e sensualità: «Gorizia, oggi è una pelle profumata, tutta da leccare». Il poeta registra ciò che accade intorno, con misurata attenzione alle persone, ai loro segni esteriori e ne percepisce quelli interiori: annota gli umori, le sensazioni, le parole, i gesti, i sorrisi.
Tutti questi elementi sono lame affilatissime che entrano nei versi con estrema cautela, e con grazia. Ed è proprio la grazia – cifra che da sempre caratterizza la penna di Giovanni Fierro- che attraversa Gorizia On Off, che accompagna la lingua del giorno e della notte, in quel dettato piano, mai sgarbato eppure vero e feroce. Gorizia pulsa come una creatura, respira, gioisce, piange, accarezza, ferisce… si addormenta e si mette in ascolto, verso tutto ciò che l’alba può portare, un’alba che diventa eterna. Ed è facile lasciarsi travolgere da questo straordinario luogo, che «si toglie il fiato, con la forza di una bellezza/ che sa far male».

(Rossella Renzi)

 

 

da Gorizia On/off (qudu 2017)
Nota dell’autore
Ho sempre desiderato scrivere di Gorizia, la città in cui sono nato e vivo.
Per farlo, ho voluto impormi una sorta di disciplina. Mi sono promesso di scriverne una volta a settimana, il giovedì. E di pubblicare quel testo su facebook, esattamente alle 10 e dieci.
Mi sono dato tempo un anno. Dodici mesi in cui, quindi, ogni giovedì Gorizia è stata per me protagonista assoluta.
Dal primo giovedì del novembre 2016, all’ultimo dell’ottobre 2017, ho messo la sveglia alle cinque del mattino, e partendo da una parola, un’immagine, un suono, una frase, un ricordo, che avevo raccolto durante la settimana, ho scritto il Gorizia On/Off.
Ho costruito una narrazione dove poter incontrare uomini e donne, i loro nomi, il loro sentire, le loro parole. In tutto cinquantatrè giovedì.
Che poi hanno trovato queste pagine.
Questo libro è dedicato a Sandro Scandolara, con devozione.
G.F.

dalla sezione Come ogni desiderio che conosco 
12
Di questa promessa di neve è rimasta
solo una manciata di sale grosso sui marciapiedi,
un turbinio di vento che non si stanca
e tu che mi dici “Giovanni, credi a questa luce
che adesso si apre ad ogni sguardo buono,
e non finisce in piazza Vittoria”, lo so.
Gorizia è il silenzio che non si vuole più,
quello in cui ci si inciampa, anche questo lo so.
Il tunnel della Galleria Bombi è dove il vento
si mostra più fragile. Ma a chi lo dico? A Lucia? A te?
Con un bicchiere di vino bianco, il bavero alzato
gli occhi azzurri che fanno il girotondo, Marco Stacul
mi racconta “Stai attento, le persone sono come
le nuvole, non ne ho mai vista una avere la forma
di una tartaruga felice”.

dalla sezione Io ho tre cuori

20
La prima margherita è adesso nel giardino,
la seconda margherita mi aspetta in macchina,
la terza margherita sa che ho un fiore sbagliato.
Mi piacciono i Jesus and Mary Chain quando
cantano “Just like honey”, sì, ‘proprio come il miele’.
Mi piace bere la birra in lattina nei parcheggi
dei supermercati, dopo aver fatto la spesa.
Mi piace Gorizia, perché ha veleno quando
aspetta la fioritura dei ciliegi, nei loro petali.
In via Giustiniani ho lasciato una promessa
che non posso mantenere, e una bicicletta. Sono ancora lì.
Di Anna Lorenzon mi piace come indossa le gonne,
guarda i seni e i volti fotografati da Roberto Kusterle,
la sua bocca che disegna il nervo dei baci in primavera.
Sono un uomo fortunato, già da bambino
sapevo che, se mi toccavo, non facevo peccato.

23
Gorizia non finisce mai, si inciampa,
va a sbattere contro i muri, il silenzio che produce
fa il suo giro, anche dentro il cortile
della mia infanzia, nel dialetto in cui sto.
Conosco bene Ilaria Kustrin, con le sue mani
e le sue dita è capace solo di farsi il segno
della croce e pulire il piatto quando ha finito
la jota. Adesso è qui con me, a lei posso dire
che ad amarti sono capace solo se ti dico
“te voio ben”, e che aver “sbigula” è sempre
un qualcosa in più di avere “paura”.
Lei mi guarda e sa che faccio fatica a tenere assieme
tutti i piccoli pezzi che io sono; forse è per questo
che oggi per me la parola più bella del mondo
è “molletta”, ma solo come la dico quando la
pronuncio in dialetto, “s’cipauca”.

Giovanni Fierro è nato nel 1968 a Gorizia, dove vive. I suoi testi sono stati pubblicati nelle antologie Frantumi (2002) e Prepletanja – Intrecci (2003) e nel dicembre 2004 nella sua prima raccolta poetica, Lasciami così, edite da Sottomondo Gorizia. Nel febbraio 2011 è uscita la sua raccolta Il riparo che non ho, edita da Le Voci della Luna. Il libro ha vinto il premio Ultima Frontiera di Volterra, Pisa, edizione 2012. Nel 2015 ha pubblicato la plaquette Oleandro e garaža con l’editore Qudu. Ha partecipato a varie letture e festival poetici in Italia, Slovenia, Croazia, Austria e Repubblica Ceca. È tradotto in portoghese, sloveno, tedesco, croato, ceco e friulano. Cura la rivista mensile on line «Fare Voci. Giornale di scrittura» (www.isontina.beniculturali.it).
È responsabile della collana di poesia «Fare Voci», per l’editore Qudu di Bologna.

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