Benvenuti. Questo appuntamento mensile vi permetterà di conoscere alcuni dei poeti che si dedicano al Poetry Slam e alla poesia orale, di leggere i loro testi e di vedere i loro video. Il Poetry Slam è una disciplina che vede il poeta, lo Slammer, recitare i propri testi dal vivo avendo a disposizione un palco, il proprio corpo e tre minuti per esprimersi. Una giuria scelta a caso tra il pubblico valuta il testo e la performance e vota il vincitore. Lo spirito è quello del confronto col pubblico e con se stessi; “Il miglior poeta non è quello che vince” è il motto della coppa del mondo di Poetry Slam di Parigi.

 

GIACOMO SANDRON

Giacomo Sandron scrive bene e non è banale dirlo. Ha scelto di farlo in italiano e di farlo anche in dialetto. Quando lo si ascolta non sembra che reciti ma che stia cantando. Un canto antico, avvolgente che fa vibrare testi solidi che si ancorano nella tradizione per risultare contemporanei e innovativi.

 

Giacomo Sandron è nato a Portogruaro (VE) verso la fine dell’estate del 1979, attualmente vive a Milano.
È tra i fondatori della L.I.P.S. (Lega Italiana Poetry Slam), per cui organizza e conduce il PO.P.S. (POrtogruaro Poetry Slam, all’interno del festival Notturni di_Versi) e per anni è stato uno degli MC del torneo Atti Impuri Poetry Slam che si svolge a Torino. Dal portoghese ha tradotto alcune prose di Herberto Helder, figura di culto della letteratura contemporanea, e i testi di alcuni dei maggiori slammer portoghesi come Raquel Lima, Ana Reis e Nilson Muniz.
La sua ultima pubblicazione è la raccolta Cossa vustu che te diga, uscita nel dicembre 2014 per Samuele Editore. Altri testi sono inoltre presenti in antologie, riviste e blog letterari, libri cuciti a mano e di legno.

 

-Beatblues del ritorno all’ora tarda

-E insoma basta, me son stufà, no ghe a vanto ( E insomma basta, mi sono stufato, non ce la faccio)

-Quanto costa una poesia

 

 

 

BEATBLUES DEL RITORNO ALL’ ORA TARDA

Sarà stato sicuro una checca maledetta
quello che è passato su e giù
sulla sua punto grigia, viale Miramare
ardeva gaio nella luce dei lampioni
oltre il muro della stazione, gli autobus
di quell’arancione triestetrasporti.

Tre volte passava mentre facevo l’autostop,
rallentava, mi squadrava, non si fermava, tre volte.
Farmi menare l’uccello, pensavo, risparmiare
la salita, farmi menare l’uccello, novello Ginsberg,
un passo, un cenno, pensavo,
alzavo la mano, diventavo beat.

Poi, era la sbronza divina che scarnifica, mi interessa,
non il folklore dei cazzi, pensavo, la Dorata Eternità.

Nel bar più vicino che c’era, ai piedi della Scala Santa,
Kerouac ordinava con giudizio una cosa forte,
la bottiglia di grappa domača
ce l’hanno lasciata aperta sul banco sotto il naso,
incustodita tra le nostre mani golose
s’è svaporata da questa civiltà definitiva.

Dalla Salita di Gretta, in discesa, filavano
le lunghe piroghe indigene, da fumare offrivano
l’erba di Paolo ci inchiodava sul divano
trapassati per la bocca
da un incendio di bagliori che sfilavano via via.

L’ultima sigaretta a tirarla su bagnavo la cartina
che la pioggia tutto attorno sfarinava sottile
che manco la sentivi, Senti Jack, gli dicevo,
Mi dai una delle tue? Domani, giuro, offro io.

L’ultimo tratto di strada lo faccio grondante
di riflessi rifratti da ovunque, la Madonna di Gretta
veglia imperterrita e contrita sulla gioventù del ’77.

La porta di casa aperta, in camera mi trovo
Cortazar seduto in poltrona che gira
vinili gracchianti, umido, disperatamente.

Julio, maledetto tarlo, che rovisti nelle piaghe
del cervello a queste ore, te l’ho detto mille volte
che così mi svegli i bimbi che dormono di là.

Gli lancio una coperta e per risposta attacca Monk,
solo piano, basso, per la decompressione, che ti vedo sciupato
mi dice, dovresti dormire, hai bisogno di ritmi regolari.

Rimane la Maga, solamente, che ritorni tutta cenere e oliva,
che mi dica ti ho pensato tanto in tutto questo tempo,
domani mattina facciamo colazione insieme e ti racconto.

 

 

 

E INSOMA BASTA ME SON STUFA’, NO GHE A VANTO

E pu basta, a m so stóff,
l’è tótt i dè cumpàgn, u n s nu n po’ piò.
A m ví fè crèss i bafi!
Raffaello Baldini

E insoma basta, me son stufà, no ghe a vanto
xe ora de darghe un tajo far un cambiamento
me fasso cresser i cavei i pei de la barba i pei
che me vegna fora dal naso dai busi del naso
me fasso cresser tuti i pei del corpo, da soto i brassi
i pei da la pansa i pei da de sora la pansa i pei
da in meso le gambe i pei su tute le gambe fin so
i pei me li faria cresser fin soto i pie saria poi
come caminar sempre de sora un tapetin o un prato
la vita se la xe ruvida te la senti de manco cussì
se la xe ruvida almanco te camini sul morbido.

I pei se i no vien su da soi me i cavo fora coi dei
piantai ne la carne i dei sgaruma co’ e onge
fin ai butoi rivarghe schinsarli ben e tirarghe fora
n’anemuta nera, un croco co’ che vien la primavera
ma far de pressa che son stufo e no go tempo
la vita ruvida se la xe ruvida no ‘speta mica
te te meta comodo par rosegarte un fià de pì
de quel che basta par farte andar via co’ la testa.

Se fa presto andar via co’ la testa partir par un posto
no dai resta dove vastu sta qua fermo no te vedi tuti
quei che i xe andai via almanco sie mesi e no se sa
parchè che i xe tornai no te vedi i oci fissi che i se porta
drio no te vedi come i varda drito in muso’l vodo che’l sta
drento che ‘l sta intorno a sto mondo che rotondo no’l
camina ma’l te strense coi denti a ponta de ‘na bestia bruta
che rosega, altrochè, te masena anca l’anema via se te vanta.

E se te vanta sol che de strisso comunque te scussa
te lassa i sbreghi i tai i troi te casca i cavei, i denti
xe piere coi busi spacai, birigoe informiga i senoci
sate dei pitussi torno torno ai oci, man che sgorla
cortei su a schena che i spissa, ‘l fià che te spussa,
a tuti ghe cresse la pansa daghele nom naransa
daghele ‘l nom che meio te coventa a vose alta
che’l te senta de sora i bissi movendo i brassi
che ancora te rivi a star in pie, che no te caschi.

 

 

E INSOMMA BASTA , MI SON STUFATO, NON CE LA FACCIO

E poi basta, mi sono stufato,
è tutti i giorni uguale, non se ne può più.
Mi voglio far crescere i baffi!
Raffaello Baldini

E insomma basta, mi sono stufato, non ce la faccio
bisogna darci un taglio fare un cambiamento
mi faccio crescere i capelli i peli della barba i peli
che vengano fuori dal naso dai buchi del naso
mi faccio crescere tutti i peli del corpo, da sotto le braccia
i peli della pancia i peli da sopra la pancia i peli
in mezzo alle gambe i peli su tutte le gambe fin giù
i peli me li farei crescere fin sotto i piedi sarebbe poi
come camminare sempre sopra un tappeto o un prato
se la vita è ruvida la senti di meno così
se è ruvida almeno cammini sul morbido.

I peli se non vengono fuori da soli li tiro con le dita
piantate nella carne le dita scavano con le unghie
arrivare fino ai bulbi afferrarli bene e tirare fuori
un’anima nera, un croco quando arriva primavera
ma fare presto che sono stufo e non ho tempo
la vita ruvida quando è ruvida non aspetta mica
che ti metta comodo per rosicchiarti un po’ di più
di quel che basta per farti andare via con la testa.

Si fa presto ad andare via con la testa andare in un posto
no dai resta dove vai rimani fermo qua non vedi
quelli che sono partiti per almeno sei mesi e non si sa
perché sono ritornati non vedi gli occhi vitrei che hanno
non vedi come guardano dritto in faccia il vuoto dentro
il vuoto attorno a questo mondo che rotondo non
gira ma ti stringe con i denti a punta di una brutta bestia
che morde, altroché, ti strappa via anche l’anima se ti prende.

E se ti prende solo di striscio comunque ti gratta
ti lascia strappi tagli sentieri ti cadono i capelli, i denti
pietre con buchi spaccati, lucertole e formiche sui ginocchi
zampe di pulcino tutt’attorno agli occhi, mani inermi
coltelli che pizzicano la schiena, l’alito che puzza,
a tutti quanti cresce la pancia chiamala arancia
chiamala come meglio credi a voce alta
che ti senta in equilibrio muovendo le braccia
che ancora ce la fai a stare in piedi, che non cadi.

 

 

QUANTO COSTA UNA POESIA

l’estate scorsa a Pordenone
un tipo mi ha pagato una poesia
con un White Russian
quindi
quella poesia costa
cinque o sei euro circa
dipende dai posti

a Pordenone un White Russian
sono cinque euro e cinquanta
per una poesia di ventiquattro versi
ogni verso fa 0,22916 periodico euro
per comodità facciamo ventitré centesimi
tenendo conto che le parole erano 141
vuol dire 0,03900709219858 euro ognuna
per comodità facciamo quattro centesimi
a parola

ci son rimasto male

a Venezia i White Russian
sette o anche otto euro
a Milano meno di dieci niente
in Portogallo se ordini un White Russian
quasi non sanno cosa sia
ma in generale
i cocktail stanno sui tre euro
dipende dai posti
però usano bicchieri più piccoli
quindi
facendo le debite proporzioni
è come se fossero cinque euro qua in Italia
non un grande affare

a Torino non lo so
una sera a San Salvario
ho quasi litigato col barista
perché aveva usato la panna da cucina
e il bicchiere era pieno di grumi biancastri
che galleggiavano come bolle di sapone marce
in una galassia di vodka e liquore al caffè e
secondo lui
andava bene lo stesso

un White Russian a Torino
da quella volta
più ordinato

 

 

La rubrica slammer è a cura di:

Paolo Agrati è nato nel 1974 a maggio. Oltre alla scrittura e alle performance dal vivo, si dedica al canto nella Spleen Orchestra, band che ha fondato nel 2009. Numerose le sue partecipazioni a manifestazioni internazionali tra le quali il XXIV Festival della Poesia di Medéllin, il XXXIII Festival di Poesia di Barcellona, la World Slam Cup di Parigi e il IV Portugal SLAM. Nel 2018 partecipa alla Poefesta di Oliva in Spagna e al MIAMI music Festival di Milano. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Partiture per un addio (Edicola Ediciones 2017)  Amore & Psycho (Miraggi Edizioni 2014), Nessuno ripara la rotta (La Vita Felice 2012), Quando l’estate crepa (Lietocolle 2010) e il libriccino piccola odissea (Pulcinoelefante 2012).

 

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