Fotografia di Dino Ignani®

 

Saggio di Davide Romagnoli contenuto all’interno dell’antologia Passione poesia (Cfr 2016, a cura di L. Cannillo, S. Aglieco, N. Iacovella)

La consapevolezza della continuità con il proprio passato, sia biografico che letterario, è indubbiamente uno degli elementi fondamentali che contraddistinguono la poesia di Loi nelle sue ultime raccolte poetiche. Altrettanto indubbio è come la sua ultima produzione poetica possa essere effettivamente ascritta in un percorso progressivo, che da Strolegh a I Niül, seppur con una espressività differente, unisce in un progetto sostanzialmente comune l’intera vicenda letteraria della «personalità poetica più potente degli ultimi anni», come recita il ben noto giudizio di Pier Vincenzo Mengaldo. Un percorso progressivo, che da I cart del 1973, e dal giudizio del critico nel 1978, ha portato le scene fattuali e quotidiane, dal loro espressionismo tinto di grottesco e di sottile ironia, di una Milano che cambiava rapidamente, ad un diverso tono espressivo, forse più pacato, naturalmente, e probabilmente anche più lirico. Il Dio che illuminava qualche angolo della città meneghina sembra essere ora più vicino che mai, come nel percorso di Dante, autore molto caro al poeta, che nel suo pluristilismo -ma sempre con la medesima lingua – ha saputo elevarsi dal grottesco infernale al lirico paradisiaco. E per fare questo che l’elemento divino, che è molto spesso in Loi scintilla ed intuizione, si mischia con l’elemento liquido per eccellenza: quell’acqua letea e salvifica che monda, purifica e fa dimenticare il male, visto e provato nel profondo della propria anima. Come si legge, per esempio, in Aquabella (Interlinea, Novara, 2004) «[..] l’acqua bella è anche quella che mi ha investito in questi ultimi tempi – e forse per tutto il corso della mia esistenza: quest’ultimo periodo è semmai segnato dalla consapevolezza di questa continuità. E potrebbe anche essere l’acqua della poesia che, in fondo, come attestano molti poeti, è acqua purificante».

Significativo, per un’esperienza poetica che non smette di essere pulsante, riteniamo questo componimento, tratto dall’ultima raccolta del 2012, I Niül, e presente anche nella limitata piccola antologia del 2010 per i vutanta di Franco Loi edita dall’editore G. Lucini solamente per i sò amis. La riflessione metapoetica assume qui l’apice della consapevolezza del poeta che sembra ormai pienamente cosciente del suo sbroffà parol per piacere a se stesso, a colui che ha creato lui e la sua scintilla e alle voci angeliche che stanno probabilmente al di sopra (e stà drè può essere inteso nel senso di essere burattinaio, artefice, motore) di queste affezioni, ma anche a coloro che stanno sotto, agli uomini stan scundü tra i so pecâ, quegli uomini di cui Loi ha raccontato nelle voci d’osteria, in quelle sentite nelle strade, in quelle del passato storico di una città mutata, quegli uomini verso i quali il poeta ha sempre sentito uno spettro di sensazioni umane assai ampio, dalla compassione alla comprensione, alla critica alla fascinazione. Un messaggio in versi che viene gettato fuori, sputato e soffiato via, più che semplicemente sgorgato, quindi; delle parole che annaffiano questo giardino di rose, caotico e al tempo stesso perfettamente naturale; un diffondersi e disciogliersi (sfàss) nell’acqua-poesia-ispirazione più sincera di un uomo e della sua ombra poetica. Importante sottolineare la rima tra speransa e sumensa, speranza e semenza, ineludibilmente collegate da un meccanismo tanto ignoto quanto ormai consapevole, a cui non si guarda più con intrigante e spaurita curiosità ma con una potenza nuova, più consapevole, mite ma parimenti operosa e produttiva. Anche quando Loi, nella medesima raccolta, si da del cujun in Vardi…Se vardi? ‘Na Milan mai vista per il suo continuo scrivere a questa farfalla sui balconi milanesi per vedè se la végn de mì, esso è pur sempre un moto d’anima consapevole, una considerazione che seppur permane fanciullesca e naturale è anch’essa pur sempre – ed altrettanto naturalmente per biografia – ormai conscia e pienamente matura del suo funzionamento. Vu inscì, vu ‘n depermì, e sun mezz matt dice infatti il poeta in un altro componimento de I Niül (Un trenu rösa sòta i castelmatt), mentre rimane immerso nei platani e nelle voci delle strade e dei treni, e non per ‘na malagna de scurbatt, o per calur, ‘na ghega o ‘n cadenass, ma perché si muove seguendo le spinte che gli vengono soffiate intorno. Come in quel passaggio del canto XXIV del Purgatorio dantesco tanto caro a Loi, nel quale il poeta fiorentino, in risposta alla domanda sulla propria identità mossa da Bonagiunta Orbicciani, dice ” essere stato i-spirato da Amore, da un’entità che in Loi rimane ex-machina, meccanismo che fa muovere e parlare. Entità varie – mistiche e religiose, come quelle dell’altra raccolta del principe arabo Ismal – che hanno offerto un noi un corpo a cui noi stessi dobbiamo permettere di essere mosso, in quella carne che ‘n quaj diu (si noti il minuscolo, a differenza del primo Dio nel secondo verso) ci ha offerto come frutto (sumensa).

Nel componimento preso in esame emerge quindi come la condizione della poesia come funzionamento e meccanismo permanga sempre in quei suoi caratteri mitici e fanciulleschi, inconsci e naturali, ma queste ispirazioni non sono più materia nuova per il poeta. Egli sembra quasi, permanendo nella sfera romantica dell’ispirazione, riprodurre quella condizione ineludibile del suo essere poeta, del suo essere sbroffatore di parole, veicolato da un Angelo, da un dio, da Amore, da Milano o da qualunque voce discenda in esso e per esso faccia sbocciare acqua, vento, fiori, parole. D’altronde Franco Loi ha sempre dichiarato che lo scrivere, atto esemplificativo della diffusione di parole e comunicazione, vuol dire rendere la vita più vera. Come spiega nell’intervista contenuta in La promessa della notte: conversazioni con i poeti italiani di Renato Minore (Donzelli, Roma 2001, p.105): “Scrivere è insieme conoscersi e conoscersi di più. Sembra quasi che la parola scavi dentro di noi – togliendo incrostazioni ed impedimenti di varia natura sino ad agevolare il rapporto tra la nostra coscienza e la memoria inconscia – che è memoria del corpo, delle emozioni e dei pensieri che tutto il nostro essere elabora indipendentemente nella nostra volontà”.

 

 

Se sbroffi di paroll l’è per piasèm,
e per piasè al Diu che m’à creâ,
a l’Angel che sta drè a quèl che fèm,
aj òmm che stan scundü tra i so pecâ…
L’è un sumenà de tütt la buttunera,
un fresch giardin de rös che se culura,
un sfàss ne l’aria d’un’aqua mia sincera…
L’è inscì, amîs, che canta la speransa,
dèm libertà aj penser, fèm che sia vera
la carna ch’un quaj diu g’à dâ in sumensa.

 

Se spruzzo fuori parole è per piacermi, / è per piacere al Dio che mi ha creato, / all’Angelo che vigila su quel che facciamo, / agli uomini che stanno nascosti tra i loro peccati… / E un seminare di tutto ciò che germina in noi, / un fresco giardino di rose che si colora, / uno sfarsi nell’aria d’un’acqua mia sincera… / E così, amici, che canta la speranza, / diamo libertà ai pensieri, facciamo sia vera / la carne che un qualche dio ci ha dato per frutto.

 

 

Franco Loi nasce a Genova nel 1930 e si trasferisce a Milano nel 1937. Ha pubblicato le seguenti opere di poesia: I cart (Galleria Trentadue, Milano 1973); Poesie d’amore (Il Ponte, Firenze 1974); Stròlegh (Einaudi, Torino 1975); Teàter (ivi, 1978); L’aria (ivi, 1981); Lünn (Il Ponte, Firenze 1982); Bach (Scheiwiller, Milano 1986); Liber (Garzanti, Milano 1988); Memoria (Boetti & C., Mondovì 1991); Poesie, antologia personale (Fondazione Piazzolla, Roma 1992); Umber (Manni, Lecce 1992); L’angel (Mondadori, Milano 1994); Arbur (Moretti & Vitali, Bergamo 1994); Alice (Edizioni dell’Ulivo, Balerna 1996); Verna (Empiria, Roma 1997); Album di famiglia (Lietocollelibri, Como 1998); Amur del temp (Crocetti, Milano 1999); El vent (Campanetto, Udine 2000); Isman (Einaudi, Torino 2002); Aquabella (Interlinea, Novara 2004); I Niül (Intelinea, Novara 2012). Ha inoltre pubblicato numerosi saggi tra cui la raccolta Diario breve (Nuova Compagnia Editrice, Bologna 1995), La lingua della poesia (a cura di Gabrio Vitali, Edizioni Provincia di Bergamo 1995), il libro di racconti L’ampiezza del cielo (Ignazio M. Gallino Editore, Milano 2001) ed opere di traduzione tra cui De là del mur di Delio Tessa (Sciardelli, Milano 1994).

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