Nati negli anni Ottanta è un progetto a lungo termine che ha l’intento di riassumere e catalogare le esperienze poetiche individuali o collettive portate avanti da autori nati in Italia tra il 1980 e il 1989. Si tratta di poeti cresciuti letterariamente in ambiti e contesti diversi e dunque legati spesso a modi di intendere il discorso in versi del tutto differenti. Per segnalare i libri dei poeti nati negli Ottanta scrivete sul form di contatto.

 

Davide Nota è nato nel 1981 a Cassano d’Adda, in provincia di Milano. Da sempre residente ad Ascoli Piceno, ha studiato Lettere moderne (indirizzo storico) a Perugia, dove si è laureato nel 2007 con una tesi sulla “Nuova poesia in Italia (1975-2005)”; relatore Giovanni Falaschi. Nel 2005 ha fondato la rivista di poesia e realtà “La Gru”. Nel 2009 ha ideato la campagna dei poeti in rivolta “Calpestare l’oblio”. Nel 2011 ha fondato la casa editrice Sigismundus. Ha pubblicato i libri di poesia Battesimo (LietoColle, 2005), Il non potere (Zona, 2007) e La rimozione (Sigismundus, 2011), ora raccolti in unico volume rivisto e corretto sotto il titolo Il non potere (2002-2011). Vive e lavora tra le Marche e Roma.

 

Poesie tratte da Battesimo (Lietocolle 2005)

 

BATTESIMO

Fui iniziato all’arte nell’illusione
di portare un po’ di luce a me
medesimo ed al mondo; mi sbagliavo.
Non so di preciso cosa ho sbagliato:
se certe letture o quell’erudizione
che ricercavo in biblioteche e scuole
tralasciando l’intensità che duole
ad ogni passo sulla riva impura.
Ma il duri finché dura la costanza
è già finito, consunta quella rabbia
aristocratica che mi portavo sulla
schiena, come un masso, quella teatrale
messa in scena che è la vita e non è
la vena, né la poesia…

Ma in questo dopo dopo dopo guerra,
dove la terra è fragile ed i piedi
esausti, a prima mattina serra
la voce un diniego soffuso sotto
pelle, nella carne ardente. E come
vedi non scrivo più poesie d’amore,
né rubo rose alle coltivazioni
industriali per donarmi in qualche modo
un breve lapsus accidentale.
Si va, anzi, si va nell’acqua sporca,
si continua la ricerca nell’epoca
delle fermezze, delle decisioni
inesorabili, mentre inesorabile
per noi è solo il mattino, è questo
scarno tentativo che nel sangue
cerca di salire alle arterie, al cuore.
Ma è un’aspettativa schizofrenica
che in fondo il fondo di rinuncia sfiora
spesso, quando a sera per esempio guarda
il popolo rientrare dalle feste
al mare, dagli chalet che si riempiono
di luci e battiti animali: che si vive
giovani per già dimenticare qualche
cosa di non visto, non vissuto.
Eppure il trauma ce lo troviamo impresso
dentro, come un marchio a fuoco,
come un battesimo insaputo
che soltanto a tarda notte conosciamo.

 

 

***

 

 

ELEMOSINA

Sotto le logge di Piazza Immacolata
suona un giovane slavo la fisarmonica;
è una musica dolce, che distrugge.

È il primo dopo pranzo, e arduo è il piangere
sotto un sole che più che al pianto si addice
alla morte. Eppure mi affaccio, come all’improvviso
segnato da un febbrile riflesso, tra la gente
che pure è affacciata o che segue. Si aprono
le ante come tante bare dai balconi scoperchiate
in una musica lieve, che uccide… Io,
zombie tra gli zombie affacciati, lo guardo
trascinarsi con quegli occhietti falsi che fanno
tenerezza quasi e quel sorriso duro, a denti marci
per tutti i piazzaletti del quartiere… Ed oggi
ancora più lieve sarebbe il morire, lasciarsi
cadere; toccare il selciato col sole e la
musica, morire in odor di Balcani…

Cadono le prime monetine come un pianto
metallico, inumano, pegno
che un dio in azioni saprà certo raccogliere.

 

 

 

Poesie tratte da Il non potere (Zona, 2007)

 

LA DOCCIA

No, la vita non è enorme, si incanala
come un torrente in rubinetti chiusi
e sgocciola, calcarea, di doccia in vano,
si raccoglie tra gli abusi, sciolti
dei corpi i resti in acquitrini viola
che l’estate dai finestri asciuga;
così resta, ad un sapone attiguo, un pelo
tuo ricciuto, nero; l’oggi
è quanto resta, scoria
che la fuga della storia elude: un perizoma
sgualcio ai piedi del cesso, un rubinetto
semiaperto, il pacchetto
dei preservativi che raccolgo e getto. Tu
t’accasci sulla tavolozza e pisci
parlando di Bologna e non capisci
che quello che davvero mi stupisce
dal tuo corpo defluisce in nuova fogna.
 

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