Nati negli anni Ottanta è un progetto a lungo termine che ha l’intento di riassumere e catalogare le esperienze poetiche individuali o collettive portate avanti da autori nati in Italia tra il 1980 e il 1989. Si tratta di poeti cresciuti letterariamente in ambiti e contesti diversi e dunque legati spesso a modi di intendere il discorso in versi del tutto differenti. Per segnalare i libri dei poeti nati negli Ottanta scrivete sul form di contatto.

 

 

Jacopo Galimberti è nato a Pavia il 30 settembre 1981, ma fino al 2006 è sempre vissuto a Monza. A 25 anni ha lasciato l’Italia. Ha vissuto in varie capitali europee e tuttora non ha un domicilio fisso. Ha pubblicato una raccolta su internet, Dal basso e altre poesie (2004-2007), Cepollaro e-book. Nel 2008 ha ricevuto il Premio Renato Giorgi (sezione “Cantiere”). Nel 2011 ha pubblicato il suo libro d’esordio Senso comune (2004-2009), Le Voci della Luna. Scrive anche saggistica di carattere storico-artistico e prosa. Ha partecipato al romanzo In territorio nemico, Minimum Fax, 2013.

 

 

 

DAL BASSO

Se tento di spiegare dove e come s’inizia,
non so, e mi blocco. Se non ci penso però
si addensa il gesto e l’azione ha motore,
ha scocca.
Oggi il cambiamento inizia dal basso.
Si rise quel natale in cui il bambino improvvisamente
ti diede la manina mentre i genitori erano rapiti
dalle vetrine.
Oggi il cambiamento inizia dal basso.

Dal basso tutto ci può ancora aiutare, dal basso
non si sa ancora, occorre camminare a mano aperta,
tutto può dare il la, forse l’ha già dato, forse lo darà.
Il materialismo dialettico, le radici delle piante, i giocattoli olandesi,
il filatoio, un video di cicatrici, la gag dei pattini o delle bretelle,
una sega tra amici.
Passammo tutto il pomeriggio, ti ricordi?, fino alla prima stella
a parlare agli insetti del prato, alle rughe degli alberi, a immaginare
i progetti che l’umidità poteva aver tracciato nei muri.
Eravamo, come dicevi e come, a ragione, si dice, eravamo
fuori.

Oggi il cambiamento inizia dal basso.
Nel basso, ci sono tutti gli indizi, si annida
la sfida del nostro mutamento.
Non la febbre alta, né lunghi digiuni, né l’amore incondizionato,
né la cecità o la vecchiaia, né una gravissima depressione, né
gli acidi o l’idillio, l’attesa del boia o il suicidio,
nessuna esperienza perde contiguità o teme l’esilio
tutto ancora è degno,
dal basso.
E quell’estate? Che di colpo mi sei venuta addosso
e piangevi e dicevi che tutta quella gente insieme, quegli sconosciuti
che però ballavano e ballavano da ore, insomma,
ti era commossa, ti ricordi?

Dal basso, nel nostro tempo, inizia la mutazione.
Dal basso si ricorre a un giorno di silenzio per ascoltare
il tesoro tutto attorno: l’acqua che corre, la pentola calda, la luce
radente sui disegni della fiaba, la scuola che spaventa, la strada asfaltata,
la fogna, la musica della radio che accompagna
nel sonno.
C’era quella volta, ti ricordi?, che mi hai detto che ora ai piedi avevi
uno stipendio. Di un birmano, hai aggiunto, che lavora un mese,
poi hai preso in mano gli stivali nuovi, un po’ unti, e hai detto:
“Come sono stupendi però!”.

Oggi il cambiamento inizia dal basso.
Dal basso si va in cerca di canali, circuiti,
aorte che trasmettano la metamorfosi: la parabola, l’indovinello,
il mito, la barzelletta lasciva, l’orgia nel tempio, l’arte marziale,
il silenzio. Dal basso l’esempio ha molte lingue,
tutte senza imperativo.
Ero agitatissimo, ti ricordi quella volta? Quella
che dicevo che era tempo di credere nell’assurdo
che cambino le persone
poi le cose seguiranno, così scosso,
che siamo finiti in ospedale, mi ero slogato la mascella.

Dal basso c’è un’altra, una nuova,
un’ennesima possibilità di cambiare, dal basso
muoveremo.

 

 

***

 

 

DUE ANTENATI

Braccia arrossate che ammassano il letame, ma sono lasciate a pascolo
per gli insetti. Braccia ricchissime, che mescolano malta e latte,
che castrano il gallo, che inalano il catrame, braccia con la rivoltella
e il chiodo che dilaniano il cranio del maiale. Braccia che hanno perso un dito
nella fresatrice, intirizzite, ricchissime,
all’alba bevono caffé e uovo.

La biscia è schizzata in aria trebbiata insieme al grano.
Il toro frisone è malato (anche questa notte lo farà scendere dal letto alle tre).
Un topolino terrorizzato dal muggito saetta nell’androne acceso.
A fine mese ha il colpo in canna sotto la camicia stirata, scende in città,
ritira la paga degli uomini dell’azienda. La sera il colpo in canna
è nel comodino, i carabinieri più vicini sono a sei chilometri.
I frutti del lavoro, la pazienza, la fatica dei sacrifici, il premio del lavoro,
le soddisfazioni solo dopo tanta pazienza, i risultati di tanta fatica, la serietà,
la bellezza di fare, di lavorare,
di lavorare.

All’alba, collo sotto la doccia, ripassa gli appuntamenti. Collo ricchissimo,
che ascolta lo scroscio delle prime saracinesche, che lava via il fritto della cena
coi colleghi, che deve chiamare l’assicurazione, che si stende ancora e aspetta,
a occhi aperti, le sei e cinquanta (dovrà parlare poi con quello per la bega delle assunzioni).
Collo che si fa un’altra doccia, che accende una sigaretta,
che si scotta col caffé. Ricchissimo, che è certo che non si metteranno
a fargli causa.

Ventiquattrore in pugno entra nella torre vitrea, è salutata, riconosciuta,
la nausea la moquette, l’odore di detersivo. L’ascensore, lo prende, sale.
La camicia bianca, l’ha ritirata ieri, è già sporca, sale. Arriva quasi all’ultimo piano.
E’ salutata, stimata, scruta la cordialità di chi ne condivide le ambizioni,
di chi la sfida.

L’ambizione, la coerenza, l’eccellenza sempre, la determinazione di chi porta avanti
il proprio lavoro, il proprio pensiero, la coerenza di chi persevera, i risultati del lavoro
di chi non perde tempo, di chi ci pensa per tempo, di chi ha capito il proprio tempo
e sale.

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