Lo Studio Varroni / Eos Libri d’Artista inaugura una mostra antologica di

Adriano Spatola
“da zero ad infinito”
verso la poesia totale

a cura di
Giovanni Fontana e Piero Varroni

La mostra presenta opere e documenti di Adriano Spatola, uno dei più significativi esponenti della neoavanguardia italiana nel trentennale della scomparsa. Nonostante siano stati finora pubblicati diversi studi di rilievo, di Spatola, poeta, teorico e critico, c’è ancora molto da dire, specialmente per quanto riguarda la sua attività di sovvertitore di modelli linguistici ed espressivi, non solo nell’ambito poetico cosiddetto lineare, ma anche nel settore performativo, sonoro e visivo.
Lo Studio Varroni, in ragione delle peculiarità del proprio lavoro, ritiene di dover considerare questo trentennale come una buona occasione per rendere omaggio al poeta, ma nello stesso tempo per ridestare l’attenzione su un tema in continua evoluzione, ma che solo Spatola aveva saputo affrontare con le dovute densità e compiutezza, con sapienza tecnica e con verve polemica in un memorabile saggio pubblicato nel 1969: quello che tratta del possibile itinerario “verso la poesia totale”.1 Un percorso che a tanti anni di distanza merita di essere rivisitato. Specialmente
oggi che l’informatica e la complessità mediatica hanno aperto nuovi orizzonti di conoscenza, sembra particolarmente utile, se non addirittura indispensabile, affrontare la problematica con tutti gli aggiornamenti del caso. Del resto globalizzazione e vortici mediatici, allora impensabili, sono prodotti di trasformazioni radicali che inglobano fortemente l’universo linguistico e il panorama delle arti e che innescano processi di usura vertiginosi. Lo stesso Spatola scrive nella premessa al suo saggio che “la poesia totale si consuma ad una velocità non più commensurabile”.
Ciò è vero proprio perché costituisce una dimensione inglobante, fortemente dinamica, frattale, proprio come accade, del resto, nelle sue memorabili performance, dove il corpo diventa il centro di un campo di forze magnetiche collegate al mondo; ogni battito, ogni pulsazione è un modo di permettere la comunicazione, di favorire collegamenti iper-estetici. Il corpo è un tam tam che dissipa energie, che attua un processo di ionizzazione.

La mostra contiene opere di poesia lineare, di poesia concreta, carteggi inediti, manifesti, libri, riviste, cataloghi, audiocassette, videocassette, dischi, documentazione fotografica, ecc. In particolare saranno in mostra le antologie Geiger, le riviste Malebolge, Tam Tam, Cervo Volante e la collezione delle audiocassette di Baobab.


lunedì 10 dicembre, ore 18 – 21
10 dicembre 2018 – 2 marzo 2019
(dal martedì al venerdì su appuntamento)
Studio Varroni / Eos Libri d’Artista
Via Saturnia 55, int. 2 (Piazza Epiro) – Roma

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Giovanni Fontana
“Da zero ad infinito”: verso la poesia totale

 

Quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dalla scomparsa di Adriano Spatola, poeta, teorico e critico della neoavanguardia italiana, sul quale, nonostante siano stati pubblicati diversi studi di un certo rilievo, c’è ancora molto da scoprire, specialmente per quanto riguarda la sua attività di sovvertitore di modelli linguistici ed espressivi, non solo nell’ambito poetico cosiddetto lineare, ma anche nel settore performativo, sonoro e visivo. Particolarmente importante appare quest’ultimo aspetto perché implica una serie di considerazioni sulla sua poetica che potrebbero trovare utile applicazione nell’analisi degli altri ambiti creativi, incluso quello dei suoi testi lineari e della sua prosa. Nell’ottica della sperimentazione verbo-visuale novecentesca la poesia si fa “oggetto” e in quanto tale rifiuta i canoni tradizionali della lettura. Ciò vale per tutti i poeti che lavorano in questo settore, siano essi i “concreti”, siano essi i “visivi”, siano essi i “calligrafici”.

Ormai più di quarant’anni fa, i poeti Anna e Martino Oberto compilarono un inventario secondo il quale la poesia sperimentale poteva essere “visiva, concreta, aleatoria, evidente, fonetica, grafica, elementare, elettronica, automatica, gestuale, cinetica, simbiotica, ideografica, multidimensionale, spaziale, artificiale, permutazionale, trovata, simultanea, casuale, statistica, programmata, cibernetica, semiotica”.i Da allora, numerosi si sono aggiunti gli aggettivi, tra cui recentemente “asemic”. Tutte sigle ed etichette, che però non si distaccano mai dagli ambiti di ricerca dei singoli artisti o di piccoli gruppi di sperimentazione. L’unica definizione che sembrerebbe avere un respiro tanto ampio da comprederle tutte è “totale”.

Adriano Spatola è tra i primi ad avvertire questa nuova dimensione creativa. E nel suo saggio Verso la poesia totale indica chiaramente la vastità e la complessità della ricerca, che ponendosi al di là di qualsiasi limitazione di tipo linguistico, strutturale, metodologico, tecnico, disciplinare o mediatico procede verso la totalità, organizzandosi come atto inglobante. Cosicché ogni aspetto coinvolto nel gesto creativo deve essere inteso come mezzo e non come fine.

Egli scrive che la poesia “cerca oggi di farsi medium totale, di sfuggire a ogni limitazione, di inglobare teatro, fotografia, musica, pittura, arte tipografica, tecniche cinematografiche e ogni altro aspetto della cultura, in un’aspirazione utopistica al ritorno alle origini”.ii Così, da attento osservatore del panorama intermediale, il poeta registrava nel suo libro, un utilissimo studio sulle “posizioni” delle ricerche in atto, l’assoluta continuità, nella parola poetica, tra la dimensione visuale e quella sonora.

Adriano Spatola, che vive con partecipazione il suo tempo così carico di fermenti e di tensioni, pone immediatamente l’accento sulle nuove realtà: “Il teatro si fonde con la scultura, la poesia diventa azione, la musica si fa gesto e nello stesso tempo usa, nella notazione, procedimenti di tipo pittorico: termini come ‘happening’, ‘environment’, ‘mixed media’, ‘assembalge’ sono indicativi di questa situazione culturale”.iii Egli mette inoltre bene in evidenza il fatto che i fenomeni di “confusione” delle arti non rappresentano pure sommatorie, ma costituiscono eventi dinamici, interattivi, altamente imprevedibili: non si tratta di sovrapposizione inerte, bensì di simultaneità produttiva. Le operazioni interattive provocano infinite modificazioni negli elementi, spesso inafferrabili, mentre si affacciano all’orizzonte nuove forme artistiche, pienamente autonome, anche se ampi settori dell’arte e della critica ancora arroccati su categorie aristoteliche oppongono una dura resistenza.

Questo suo saggio, lucido e documentato, si pose immediatamente come fondamentale punto di riferimento per ogni altra indagine su quelle poetiche, allora in rapidissima trasformazione: “La poesia totale si consuma a una velocità non più commensurabile”.iv

Il concetto di continuità costituirà il leitmotiv del suo lavoro. Vi tornerà più volte su, approfondendo la questione sul piano teorico e/o analizzando criticamente l’opera di “poeti sperimentali” che lavoravano in questa direzione, pur provenendo, talvolta, da situazioni culturali molto distanti tra loro.

In occasione della mostra Parola fra spazio e suono, a distanza di quindici anni dalla pubblicazione del suo saggio per i tipi dell’editore Rumma, scriverà: “Esiste ormai una teoria generale della scrittura visuale, così come esiste una teoria generale della poesia sonora. Dico ‘teoria generale’ alludendo a una ipotesi totale di arte della parola. Questa ipotesi non è una semplificazione, ma un’analisi globale del problema: dal graffito alla pubblicità televisiva, dall’urlo alla musica elettronica troviamo continuità mentale, pur nella diversità profonda dei comportamenti e delle tecniche”.v

Fin dai primi anni Sessanta, Spatola aveva perfettamente compreso che l’arte della parola sarebbe stata coinvolta in processi di sconfinamento linguistico e di contaminazione interartistica in misura sempre maggiore. Ne darà dimostrazione già nella sua prima rivista, BAB ILU,vi nel 1962; ma la partecipazione al convegno di Palermo del “Gruppo 63” e la fitta rete di rapporti internazionali, che man mano andò costruendo, gli aprirono nuovi orizzonti e gli consegnarono fortunate opportunità sul piano creativo. Il superamento dei confini disciplinari comportava significative metamorfosi fin dentro i processi immaginativi.

Per Spatola “La nuova poesia […] prende l’avvio, nel suo processo di formazione, dai linguaggi tipici di altre arti, in particolare delle arti plastiche, per farsi «oggetto» che rifiuta la lettura”.vii Riprendendo una tesi di Pierre Garnier, sottolinea che “la lingua non è più un codice per comunicare, ma una materia a cui bisogna dar vita”.viii

In questo senso anche le sue prime composizioni lineari appartengono ad un progetto poetico “totalizzante”. Il passaggio avviene dopo la pubblicazione di Le pietre e gli dei,ix un testo che sigilla l’esperienza poetica degli esordi, vissuta in isolamento senza ancora una chiara coscienza di quanto accadeva nel mondo della poesia, anche se in quella raccolta, oggi quasi dimenticata, dimostrava di aver già letto Emilio Villa, che egli considerava “forse il più grande poeta italiano vivente”.x

Il titolo BAB ILU allude già alla confusione dei linguaggi, alla contaminazione e alla dismisura. E aver ospitato in quelle pagine un testo come Omaggio ai sassi di Tot di Villa sta proprio a significare, salvo altro, l’interesse per le trasgressioni linguistiche e per l’irriverenza. Entrambi i poeti credono nel mito fertile della torre di Babele.

Per Spatola ben presto si delinea l’idea di una poesia come vero e proprio centro della realtà. Anche se per qualche anno vorrà prendere le distanze da eventuali mistiche identità tra letteratura e vita o tra poesia e realtà,xi egli arriverà a sfiorare proprio quel progetto di poesia-vita, già appartenuto a diversi momenti dell’avanguardia storica, che investiva allora gli interessi del movimento “Fluxus”. Influenzato profondamente dai fermenti internazionali di taglio “intermediale”, Spatola in Verso la poesia totale dirà: “Del resto ciò che contraddistingue la nostra epoca non è più soltanto il sistema della divisione del lavoro, conseguenza dell’introduzione dei metodi di produzione industriali, ma anche l’aspirazione a un mondo nel quale ogni differenza culturale tra l’artista e il non artista, tra l’intellettuale e il suo pubblico possa definitivamente scomparire. La poesia totale sembra offrire oggi al lettore non un prodotto definitivo, da accettare o subire nella sua chiusa perfezione, ma gli strumenti stessi della creazione poetica, nella loro strutturale rimaneggiabilità”.xii

La fluidità intermediale, in effetti, individua rapporti artista/pubblico del tutto inediti. Nel saggio che inquadra i materiali raccolti nell’antologia Geiger 5, Adriano e suo fratello Maurizio scrivono che il termine intermedia “è […] comprensivo di ogni esperimento di apertura non patetica né pseudoesistenziale verso la vita”.xiii

Dietro l’idea di “poesia totale”, che non offre al lettore un prodotto precostituito, ma gli strumenti stessi della creazione poetica, si affaccia il progetto utopico del superamento della scissione tra soggetto e oggetto e tra teoria e prassi. Non si tratta soltanto di dilatare i campi espressivi o di moltiplicare il potere di significazione, si tratta quasi di rifare il mondo, quel mondo che agli occhi di Guy Debordxiv appariva frammentato e illusoriamente ricomposto nello spettacolo globale. Se il mondo appare incongruo, forse c’è speranza di ricomposizione dell’uomo totale anche attraverso la prassi della poesia. La passività del lettore tradizionale è superata da un gesto totale che si lega all’ “interesse per il materiale fisico con il quale il testo viene costruito”.xv Nella sua veste di manipolatore di segni Spatola dichiarerà più volte la sua “abilità artigianale di rimettere in questione le parole – e attraverso le parole – una filosofia del mondo”.xvi

Il ruolo del gesto e della manualità come elementi comprimari nei processi tecnici di composizione, l’ampliamento dei campi d’intervento e l’importanza della decontestualizzazione, la funzione delle componenti visuali e sonore e la presenza del corpo, le loro corrispondenze come produttrici di senso, la necessità di sintesi e immediatezza nel segno poetico, la relazione con le forme archetipiche costituiscono i temi fondamentali della sua poetica: tutti elementi che confluiscono nell’area della sua “poesia totale”, contribuendo a specificarne il senso.

Più volte Spatola accenna a un iperspazio come continuum multidimensionale, entro il quale accede solo chi è capace di abbandonare gli esigui ambienti dell’istituzionalità, del corrente, del precostituito, per costruire un mondo da contrapporre a quello dato. “Rifare il mondo – egli scrive – vuol dire creare in laboratorio il linguaggio del mondo in concorrenza col mondo, vuol dire entrare nella quarta dimensione, che è la dimensione del rifiuto della pura e semplice registrazione lessicale”.xvii E, infatti, tutto il lavoro intorno alle Edizioni Geiger e a “Tam Tam”,xviii rivista che prende corpo dopo la spaccatura di “Quindici”,xix è teso alla ricerca di un nuovo linguaggio poetico che sia il più possibile trasgressivo nei confronti delle consuetudini e dei gesti istituzionalizzati e, quindi, del tutto liberatorio: un linguaggio che metta continuamente in crisi se stesso attraverso contaminazioni e dilatazioni imprevedibili, ma anche attraverso l’utilizzazione di segni funzionali all’abbattimento delle barriere linguistiche. Emblematici saranno i testi visuali e le pièce sonore. Com’era prevedibile, le critiche a questo modo di procedere non vengono risparmiate né a Spatola, né ai poeti dell’area di “Tam Tam”, mentre le pratiche visuali, sonore e performative vanno infittendo sempre di più una rete di relazioni già ampia ed articolata. Il Mulino di Bazzano, in Val d’Enza, prima sede redazionale della rivista, si trasforma ben presto in un vero e proprio faro per poeti nomadi. Da lì Adriano Spatola e Giulia Niccolai segnalano, coordinano e organizzano, accanto alle iniziative editoriali, rassegne, mostre e festival. Gli echi del tam tam raggiungono ogni angolo del mondo con risultati sorprendenti non solo sul piano artistico, ma anche su quello socio-culturale ed umano.

La sostituzione del “pensiero-merce” con il “pensiero-sogno”, l’opposizione alla reificazione, al mercato brutale, ma anche la volontà di arrestare “il processo di sclerosi del mondo” o di contrastare “il mito negativo della civiltà come progresso”,xx sono tutti elementi che confluiscono in un progetto di “liberazione della poesia da se stessa”xxi attraverso la pura tensione poetica: “Il passaggio dalla poesia come poesia a una forma di poesia totale è l’unica maniera di usare positivamente e concretamente, nella direzione di un’utopia anarchicamente garantita, quell’esperienza del linguaggio che il poeta è finora abituato a fare come fine a se stessa”.xxii

Nell’editoriale del primo numero di “Tam Tam” Spatola scrive: “La poesia sta diventando di nuovo il problema della poesia. […] Se il mondo si vuole ripetere immutabile in tutti i suoi aspetti, dai metodi politici al linguaggio, sarebbe sbagliato dedurne che l’unica possibilità di rifiuto sia ora per la poesia il movimento continuo, l’inquietudine isterica o l’instabilità programmatica. Così come sarebbe assurdo affidarsi a una poesia impegnata più nel silenzio che nella parola, più nell’ammiccamento che nell’essenziale”.xxiii Nell’editoriale del secondo numero, invece, sottolinea che le crisi ricorrenti della poesia d’avanguardia costituiscono “una necessità storica costante, attuata e attuabile in nome del ricambio linguistico. “Tam Tam” s’innesta in una di queste crisi con il preciso impegno di documentarne la portata e il senso, ma anche con l’obiettivo di suggerire nuove direzioni di discorso”.xxiv Il rifiuto della dicotomia impegno-disimpegno e dell’adozione di formule ideologiche per combattere il clima di restaurazione culturale, l’idea di una poesia che si costruisca come metamorfosi oggettiva, la dichiarazione della sua autosufficienza e della risoluzione in organismo consapevole, la messa in discussione di codici prestabiliti in merito a tecniche espressive e valori formali, la disponibilità ad accogliere gli impulsi provenienti dalle altre arti aprono un nuovo fronte strategico, per molti versi perfettamente in linea con le avanguardie storiche.

Nel nuovo ambiente vengono avviate numerose iniziative editoriali; i libri sono stampati in proprio e, sia pure con innumerevoli difficoltà, dal Mulino viene lanciato un chiaro segnale di indipendenza, mentre le fitte frequentazioni di poeti ed artisti ne rendono particolarmente viva e creativa l’atmosfera. In quel clima Adriano Spatola lavora a pieno ritmo su testi lineari, visuali e sonori; cura le sue relazioni, prepara mostre; inventa le sue performance che propone nei principali festival di poesia in Italia e all’estero. Sia pure nella distinzione dei diversi ambiti, le confluenze linguistiche sottolineano pur sempre l’ottica intermediale.

Del resto Adriano Spatola aveva scritto nel suo fondamentale saggio (che per alcuni versi assume il tono di una dichiarazione di poetica e per altri quello di vero e proprio modello strategico, anche se “le poetiche, non appena identificate […] sfuggono a se stesse”xxv): “Verso la poesia totale vuol essere in primo luogo una formula in grado di stabilire la necessità di vedere nel campo della poesia sperimentale non tanto una confusa e frammentaria area in dispersione, quanto la coesistenza di varie direttrici di marcia legate da una fitta rete di rapporti e di scambi”.xxvi Rapporti e scambi che costituiscono un dato fondamentale del suo progetto poetico, come del resto era stato per tutte le avanguardie storiche, dal Futurismo al Dadaismo, dal Surrealismo al Lettrismo. In quest’ottica militante Spatola esprime tutta la sua carica utopistica: “Il compito della nuova poesia sembra […] essere quello di rendere sociologicamente attiva una realtà linguistica che rischia di rimanere «privata», senza contatti con il mondo. Il trionfo dei mezzi di comunicazione di massa coincide con un aumento dell’impotenza delle arti, ma può anche rappresentare il banco di prova della loro capacità di rinnovamento”.xxvii La necessità di rapporto può, secondo Spatola, essere messa in crisi dai mass media, che però, nello stesso tempo, potrebbero rivelarsi utili alleati. L’intuizione era corretta. Oggi, infatti, ci troviamo di fronte ad una situazione fortemente ambigua, in cui a fronte dei poteri forti della convenzionalità si aprono nuove porte mediatiche di notevole potenzialità creativa. Di fronte alla violenza di questo mondo, subdolo per la sua capacità omologante e reso sempre più forte da un sistema mediatico mistificatorio che non ci aiuta affatto, la poesia, specialmente quando si pone come antagonista, occupa certamente una posizione difficile, ma non rinuncia a quel conflitto permanente, in mancanza del quale perderebbe completamente la sua vocazione e la sua funzione. Anche se non credo si possa più far riferimento a quella che una volta era chiamata poesia civile, non si può mai rinunciare a credere al valore politico della poesia, che si attua in una sorta di conflitto permanente contro l’istituzione e le correnti mainstream che la rappresentano; e non si può rinunciare al continuo ri-cercare contatti, richiamando a sé coloro che aspirano ai valori di libertà e giustizia, che si esplicano proprio nei procedimenti allegorici giocati sul rapporto etica/estetica. Non dobbiamo dimenticare infatti, come ci ha insegnato Benjamin, che la tendenza di una poesia può essere politicamente giusta solo se è giusta anche letterariamente.

A trent’anni dalla scomparsa di Adriano Spatola tante conquiste di allora sono state ormai acquisite e ben digerite dai media. La scrittura verbo-visuale non fa più rumore. Tantomeno scandalizza. Basti pensare alle acrobazie tecnicamente impeccabili della pubblicità televisiva. Ma la lezione di Spatola ci mette in guardia e ci indica che le strade percorribili ancora oggi sono quelle caratterizzate dal forte atteggiamento critico, quelle che considerino a pieno la materialità del linguaggio, che sfuggano alle limitazioni del mercato, che sappiano ben distinguere tra multimedialità e intermedialità, che garantiscano sempre un’alternativa al sistema linguistico istituzionale, nel senso che sappiano costruire il linguaggio, così come diceva Max Bense: scrivere “significa costruire il linguaggio, non spiegarlo”.xxviii

Ora lo Studio Varroni, in ragione delle peculiarità del proprio lavoro, ritiene di dover considerare questo trentennale come una buona occasione per rendere omaggio al poeta, ma nello stesso tempo per ridestare l’attenzione su un tema in continua evoluzione, ma che solo Spatola aveva saputo affrontare con le dovute densità e compiutezza, con sapienza tecnica e con verve polemica: quello del possibile percorso “verso la poesia totale”. Specialmente oggi che l’informatica e la complessità mediatica hanno aperto nuovi orizzonti di conoscenza, sembra particolarmente utile, se non addirittura indispensabile, affrontare la problematica con tutti gli aggiornamenti del caso. Del resto globalizzazione e vortici mediatici, allora impensabili, sono prodotti di trasformazioni radicali che includono con tenacia l’universo linguistico e il panorama delle arti e che innescano processi di usura vertiginosi. Come abbiamo già ricordato, lo stesso Spatola scrive nella premessa al suo saggio che “la poesia totale si consuma ad una velocità non più commensurabile”. Ciò è vero proprio perché costituisce una dimensione inglobante, fortemente dinamica, frattale, proprio come accade, del resto, nelle memorabili performance spatoliane, dove il corpo diventa il centro di un campo di forze magnetiche collegate al mondo; ogni battito, ogni pulsazione è un modo di permettere la comunicazione, di favorire collegamenti iper-estetici. Il corpo è un tam tam che dissipa energie, che attua un processo di ionizzazione. Ma il corpo non emana semplicemente: è anche recettore degli stimoli provenienti dal pubblico che immediatamente inscrive in se stesso. L’avvenimento performativo è collegato al contesto più di quanto non appaia. Ogni situazione esterna, ogni avvenimento casuale, tutto l’ambiente, che pure è influenzato dalla performance, influisce su di essa, che a sua volta riflette modificando all’istante. È un gioco di specchi operato contemporaneamente dal pubblico e dal poeta che gli si rivolge direttamente, accettando il colloquio e la sfida e procedendo ininterrottamente e instancabilmente verso la poesia totale.

i In Adriano Spatola, Verso la poesia totale, Salerno, Rumma, 1969; poi Torino, Paravia, 1978. Del saggio esistono edizioni in lingua francese, inglese e spagnola: Vers la poésie totale [presentazione, traduzione e note di Philippe Castellin], Marseille, Editions Via Valeriano, 1993; Toward total poetry [traduzione di Brendan W.Hennessey e Guy Bennet, postfazione di Guy Bennet], Los Angeles, Otis Books / Sismicity Editions, 2008; Hacia la poesía total [prefazione di Giovanni Fontana, traduzione di Fausto Grossi], Sestao Bizkaia, La unica puerta a la izquierda, 2018.

ii Verso la poesia totale, cit.

iii Ivi.

iv Ivi.

v Parola tra spazio e suono. Situazione italiana 1984, a cura di Luciano Caruso, Ubaldo Giacomucci, Arrigo Lora-Totino, Lamberto Pignotti, Adriano Spatola; catalogo dell’esposizione tenuta a Palazzo Paolina, Viareggio, 24 novembre – 16 dicembre 1984; Comune di Viareggio, stampa Eurograf, Lucca, 1984.

vi Di “Bab Ilu”, pubblicata a Bologna, uscirono due numeri nel 1962.

vii Verso la poesia totale, cit.

viii Ivi.

ix Bologna, Tamari Editore, 1961.

x Luigi Fontanella, Conversazione con Adriano Spatola, in AA.VV., Adriano Spatola poeta totale. Materiali critici e documenti, a cura di Pier Luigi Ferro, Genova, Edizioni Costa & Nolan, 1992.

xi Editoriale in “Tam Tam”, n° 2, 1972.

xii Verso la poesia totale, cit.

xiii Adriano e Maurizio Spatola, Intermedia?, in “Geiger”, n° 5, antologia a cura di Adriano e Maurizio Spatola, Torino, Ed. Geiger, s.d., ma 1972.

xiv Guy Debord, La société du spectacle, Paris, Buchet-Chastel, 1967.

xv Verso la poesia totale, cit.

xvi Parola tra spazio e suono, cit.

xviiIperspazio linguistico, in Impaginazioni, San Polo d’Enza, Tam Tam, 1984; già apparso come nota critica al volume di Pietro Aretino, I ragionamenti, Bologna, Sampietro Editore, 1965.

xviii La rivista veniva fondata da Spatola e da Giulia Niccolai nei primi mesi del 1971, ma il primo numero fu pubblicato l’anno successivo.

xix La rivista, nata nel 1967, sospese le pubblicazioni nel 1969. Spatola si occupava della redazione con Giulia Niccolai e Letizia Paolozzi

xx Quindici, n° 13, cit.

xxi Poesia apoesia e poesia totale, in “Quindici”, n° 16, marzo 1969; ripubblicato in Gruppo 63. Critica e teoria, a cura di Renato Barilli e Angelo Guglielmi, Feltrinelli, Milano, 1976; oggi in Quindici. Una rivista e il Sessantotto, cit.; raccolto da Spatola in Impaginazioni, cit.

xxii Poesia apoesia e poesia totale, cit.

xxiii “Tam Tam”, n° 1, 1972.

xxiv “Tam Tam”, n° 2, 1972.

xxv Verso la poesia totale, cit.

xxvi Ivi.

xxvii Ivi.

xxviii Ivi.

 

***

Adriano Spatola (Sapjane, 4 maggio 1941 – Sant’Ilario d’Enza, 23 novembre 1988) studia a Bologna, dove nel 1961 pubblica il suo primo libro, Le pietre e gli dei, che contiene alcuni disegni del pittore Beppe Landini ed ha una tiratura limitata a circa 400 copie. Sin dalla sua prima raccolta, quindi, è evidente un’attenzione per l’ambito figurativo, ma più in generale per una contaminazione fra arti differenti, che si realizza in collaborazioni editoriali con pittori ed artisti, nonché nella sperimentazioni di linguaggi di confine come la scrittura verbo-visiva e la poesia sonora. Nei primi anni della sua attività, tale attenzione è ribadita dalle numerose presentazioni a cataloghi di mostre di artisti come Landini, Squarza, Gaibazzi. In questo periodo, Spatola inoltre fonda e dirige la rivista «Bab Ilu», che nel primo numero ospita alcune incisioni di giovani autori, ed interventi sull’arte figurativa. Nello stesso decennio, pubblica opere quali Poesia da montare (Sampietro 1965) e Zeroglifico (Sampietro 1966; Geiger 1975), che rientrano nell’ambito della poesia verbo-visiva. Entrambe le opere sono pubblicate da Sampietro, presso cui Spatola rivestiva il ruolo di direttore editoriale. La casa editrice bolognese era particolarmente attenta all’aspetto visuale dell’oggetto-libro sia nella scelta degli autori – pubblicando, ad esempio, artisti del Gruppo 70 – sia nella realizzazione dei propri volumi, proponendo un progetto grafico innovativo. Nel 1967 inoltre Spatola promuove e organizza assieme a Claudio Parmiggiani e Corrado Costa l’evento Parole sui muri, tenutosi in agosto a Fiumalbo (sull’appenino modenese). La manifestazione, nata come “esposizione internazionale di manifesti”, si trasforma ben presto in happening di poesia, arte, azione scenica, cinema indipendente, con le opere dei vari artisti che si appropriano di spazi inconsueti, in una comunicazione interdisciplinare, intermodale, intermediale. Negli anni Settanta Spatola si dedica soprattutto all’attività editoriale, con la creazione delle Edizioni Geiger, e dell’omonima antologia – che raccoglie opere di poesia visuale di autori di tutto il mondo – nonché con la realizzazione della rivista «Tam Tam». A questo periodo afferiscono anche raccolte di poesia lineare (Majakovskiiiiiiij, Geiger 1971; Diversi Accorgimenti, Geiger 1975), libri d’artista (Cantico delle creature, Achille Maramotti 1977), oppure opere che si collocano al di fuori della distribuzione editoriale come Autobiografia futurista (1977, realizzato con cartone e bulloni), Inch by inch (1978) e La vergine di Norimberga (1978, realizzato con legni e chiodi). Anche negli anni Ottanta Spatola realizza opere strettamente connesse all’ambito visivo, come Piccolo Majakowskij per El Lisiskij (Edizioni Tam Tam 1982), e Cangiullo futurista (Studio Morra 1985, collage su cartoncino e letraset su acetato) e contribuisce con i propri testi alla realizzazione di libri di vari artisti come ad esempio Giuliana Pini (Otto in si minore, Edizioni Tam Tam 1982) e Tommaso Cascella (Animagia, Corraini 1985). In particolare con Giuliano Della Casa realizza il libro illustrato Cacciatore di mosche­ (Tognolo 1980) e la raccolta di poesie lineari postuma, La definizione del prezzo (Tam Tam-Edizioni Martello 1992).

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