Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra, Chiarelettere, Roma, 2017, pp. 160, € 13
Cedi la strada agli alberi è il canto elegiaco della semplicità, una semplicità che colpisce, sorprende e, talora, eccede. L’io lirico è quello di un uomo che ha osservato, respirato e goduto la propria terra, attento alla realtà degli umili, della famiglia e dell’amore: la sua realtà. Il paesologo Franco Arminio ricrea su carta il mondo, quello reale divenuto simbolico e quello simbolico divenuto reale, da cui il poeta si sente doppiamente in esilio. Ne esce un affresco di vita post-bucolica, dipinto con le parole sui muri crepati dei borghi dell’Irpinia: un’Italia conosciuta da pochi, piega della stessa terra di cui tutti noi siamo innamorati ma non ce lo ricordiamo più.
Con la delicatezza e la disperazione, tipiche della sua scrittura, l’autore strega il lettore, lo ipnotizza, lo porta con la mente a osservare gli animali al pascolo, i fiori che sbocciano, lo avvicina alle abbandonate campagne del Sud, nell’Entroterra degli occhi.
Chi legge viene trascinato, in Brevità dell’amore, dai sentimenti del poeta che parla della sua donna, che cammina, in bilico, sul filo delle sue parole, e dopo un salto mortale diventa paesaggio, natura e così viene idealizzata.
Nella sezione Poeta con famiglia l’amore tormentato ma incondizionato verso la madre, verso la noce scura in cui venne concepito, diventa presenza pregnante e fondamentale. I sentimenti di Arminio emergono chiari anche nei confronti della moglie. La malinconia temporaneamente si placa e l’amore trionfa come un «arcobaleno posato sui campi». Tuttavia persiste un retrogusto amaro, un senso di smarrimento e desolazione, provocati dalla presenza viva e costante della sua terra, il suo paese spaccato.
Il libro, un vero e proprio caso editoriale, è il risultato di un’esperienza analitica che solo gli anni possono donare. I frequenti imperativi che costellano soprattutto la prima parte sono un richiamo a non dare nulla per scontato, a gettarsi con spirito critico nella vita, ad amare tutto ciò che resta al margine e che, al tempo della Rete, o è esposto in vetrina o lentamente naufraga, come la letteratura. Così il poeta, richiamandosi indirettamente all’Artaud del Teatro e il suo doppio e direttamente al Pasolini corsaro, ci scuote, non con l’esotico ma con le piccole cose che stanno in quella terra scossa, abbandonata e desolata che solo pochi ormai chiamano casa.

Alice Tomaselli

Da Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra
Anche senza di te mi sento fragile,
sento il mio corpo aperto,
sgretolato.
Ho un corpo senza muri,
come un campo di grano,
un corpo senza cancelli e senza chiave,
un corpo steso al vento:
dentro ci pisciano i cani,
strisciano i vermi,
si perdono gli umani.
*
La poesia al tempo della Rete
La poesia è un mucchietto di neve
in un mondo col sale in mano.
La poesia è amputazione.
Scrivere è annusare
la rosa che non c’è.
*
Lettera a Livio
Ti voglio dedicare una poesia
adesso che sono vivo
e posso vederti, posso abbracciarti.
Tu non mi fai recintare la luce,
non mi fai dire cose già concluse.
A volte mi chiedo
che amicizia sarebbe la nostra
se tu non fossi mio figlio.
Ti scrivo per dirti
che il mio amore per te è scandaloso
e voglio che sia chiaro a tutti,
voglio che sia detto senza reticenza.
Io ti dono questo mio stare sparso
e conficcato dentro uno spavento
che non passa.
Averti vicino è un soffio di bene,
è qualcosa di più
della paura che abbiamo in ogni cuore.
Come fai ad essere così forte
tu che sei figlio di un tremore?
Franco Arminio nasce a Bisaccia, provincia di Avellino in Irpinia d’Oriente, il 19 febbraio del 1960. Lavora come insegnante di scuola elementare nel suo paese, nel quale vive tutt’oggi, e collabora con giornali quali Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, Il Mattino e altri. Ama definirsi “paesologo” più che scrittore, ha realizzato diversi documentari ed è promotore del blog “Comunità Provvisorie”. Tra i suoi scritti, spiccano Vento Forte tra Lacedonia e Candela (Premio Napoli 2009), Cartoline dai Morti (premio Stephen Dedalus 2011) e Terracarne (premio Volponi 2012 e premio Carlo Levi 2013).

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