Davide Lucantoni appartiene a quei poeti a cui non interessa né percorrere strade altrui né tracciarne di nuove; piuttosto fa parte del sempre più esiguo gruppo degli appartati, di coloro che all’univocità preferiscono gli sviamenti e le solitudini, di conseguenza le incomprensioni irrisolvibili. Appare sempre più evidente come la condivisione pacificante della poesia, o di un certo modo di fare poesia, coincida col suo declino; nel rispetto reverenziale e nell’adesione alle strutture già date la parola poetica non causa alcun sconvolgimento, piuttosto consola chi si rispecchia nel suo lieto fine; ma come considerare felice l’esito di una conformità posticcia, di una vita che piuttosto che sprigionarsi rimane legata, ingabbiata, apparentemente libera di circolare nel perimetro delimitato? Sarebbe disonesto affermare che il libro in questione, Eccesso di forma (Arcipelago Itaca, 2018), rappresenti il miracolo di una nuova direzione; non lo permette la giovane età (poiché da giovani o si è conformi o si è solitari), ma si tratta comunque di un esordio indisciplinato e quindi riuscito. La forma ‘in eccesso’ non è quella presentata al lettore ma quella di cui ci si è già liberati; questo spiegherebbe il gusto cimiteriale di cui è pervasa la raccolta, poiché se vi è un lutto di cui scrivere è proprio la mancanza di una direzione, per cui la comunicazione deve interrompersi fin dall’esordio, che opera da dichiarazione in esergo: «Qui per i discorsi non c’è più posto» (p. 19).

Questa prima sezione, ‘Cronistoria’, si dilata in una dimensione di immobilità, intangibile, in cui l’agire del soggetto può al più essere registrato di sfuggita, se non fissato in istanti macchinosi, laddove le figure descritte assumono la fisionomia dell’automa mosso da una misteriosa programmazione, in un procedere inintezionale e sempre fuori-luogo; basti questo passaggio, in cui la capacità dell’occhio di discernere e guardare attraverso le cose è degradata a riflettore inanimato che registra meccanicamente l’esterno, in un’alienazione percettiva portata agli estremi: «Le luci dei lampioni, per sovraccarichi/ accendono la vita, attirano mosche;/ sentirle, dalle vetrate oculari dei/ passanti, posarsi sulla scena/ sbattendoci contro» (p. 21), e si noti la scelta dell’enjambement non a fini meramente estetici, se esso provoca un’ambiguità disturbante del termine ‘passanti’, che può essere letto come il soggetto di una frase a sé, per cui la folla altro non è che lo sciame di mosche descritto in precedenza, un agglomerato di presenze anonime. L’estromissione della facoltà percettiva delinea una vitalità dissipata, che si svolge in via automatica e incalcolabile; da qui Lucantoni può sfogare un certo gusto apodittico e aforistico, stilando un personale breviario dell’inconcludenza che, d’altra parte, anela alla spensieratezza del gesto, libero dalla regola: «Se quello che lasci dietro dipende/ dal verso del piede, per proseguire non/ basta nemmeno invertire il senso, bisogna/ forse disfare un passo» (p. 23). Manca sempre una direzione, e la nominazione poetica è scoordinata, come in preda a vertigini, pur rischiando a volte di insistere in un gusto paesaggistico eccessivamente impressionistico. Negli esiti più felici, però, il poeta riesce a inscenare il presagio di una disgregazione cosmica, che si traduce nella rarefazione della materia, degli oggetti e delle presenze umane, sempre percepiti in lontananza, nella confusa rielaborazione di un incubo, di una premonizione apocalittica mediante cui il poeta esprime il proprio sentimento della fine: «L’aeroplano disegna sempre una cerniera/ che nessuno sa se apre o serra» (p. 29). Questa impossibilità del vivere è evidente in alcuni scenari abbozzati e privi di slancio emotivo, in cui la paura di riconoscere il vuoto nell’altro si tramuta in una distanza umana incolmabile: «Mi hai guardato stupita; e scoprendo che lo sguardo/ mentre scava riflette, hai risposto sbattendo le palpebre» (p. 36), e si noti come, nel figurare il distacco, ancora l’occhio ne costituisca la parete d’isolamento. Su questi ritratti umani che si susseguono nella raccolta vige uno sbarramento che ne vieta il pieno riconoscimento da parte del poeta, che è costretto a organizzare illusoriamente un rifugio negli oggetti inanimati, sovraccaricati nei loro tratti funerei e a volte esoterici: «Sulle ostie/ ha scritto le sue date e le ha sparpagliate./ Ora le pesca, le bagna, le mette da parte/ prende il libro, scorre i versetti/ e fa testamento» (p. 42).

Dalla disgregazione operata in tutta la prima sezione, la successiva (‘Fuori luogo’) è imperniata sul motivo della scissione di un’identità doppiata, riconosciuta allo specchio, in un’inversione di ruoli per la quale il soggetto si disgrega nelle sue proiezioni artificiali e nell’emanazione di una parola sempre fuori luogo, slegata e precipitata nell’abisso; di conseguenza, in questa cerimonia in cui l’orante diviene superficie di rifrazione e deformazione del senso, la collocazione degli oggetti deve rispondere a un ordine sacro, un meccanismo agito sempre altrove da un inaccessibile sistema calcolatore. Le pagine finali sono allora una registrazione cinica di volti e situazioni sempre al margine, su cui il poeta riflette la propria consapevole frantumazione, lasciandosi parlare o biascicando senza dire, alla stregua di una marionetta manovrata, poiché «se la dignità esiste, consiste/ nel saper andare in pezzi/ senza scomporsi» (p. 63). Aleggia in ogni parola un sentimento d’impotenza di fronte alla vanità dell’esistenza, che il poeta riconosce pur non rifiutando la ricerca di un’estrema motivazione, vagando come un sonnambulo in un gioco a perdere che è scommessa vitale, già persa e per questo affrontata con la dignità del condannato.

 

da Eccesso di forma (Arcipelago Itaca, 2018)

 

Novembre

C’era una scritta nuova in vernice rossa
sui mattoni di cinta del camposanto,
diceva: Qui per i discorsi non c’è più posto.
Faceva molto freddo in quel periodo
e l’aria talmente densa, si scolpiva con la voce.

Le luci dei lampioni, per sovraccarichi
accendono la vita, attirano mosche;
sentirle, dalle vetrate oculari dei
passanti, posarsi sulla scena
sbattendoci contro.

 

Futuro anteriore

Dietro l’angolo c’è una rotonda,
il giro completo dell’occhio, l’orbita
del satellitare: per l’orizzonte ancora
manca. Se quello che lasci dietro dipende
dal verso del piede, per proseguire non
basta nemmeno invertire il senso, bisogna
forse disfare un passo.

 

Comunione

Ha più di ottant’anni quando decide di sedersi,
al centro del tavolo il solito vino. Sulle ostie
ha scritto le sue date e le ha sparpagliate.
Ora le pesca, le bagna, le mette da parte
prende il libro, scorre i versetti
e fa testamento.

 

Blaterare del sonnambulo

Qualche parola, non necessariamente verbo
esita sull’orlo dell’udito, cade fuori luogo
dalla punta della lingua; lisca di un magone
da inghiottire. Evasa da un incubo laringeo (forse
proprio come noi), si perde nel frasario spaziale
del già detto per ritrovarsi senza coordinate.

 

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