CINQUE CATEGORIE E VENTI AUTORI PER UN’ANALISI POSSIBILE

 

A cura di Davide Galipò

 

 

 

 

Neanche a me piace.
– Ben Lerner, Odiare la poesia

 

Non c’è alcun metodo a priori per determinare il potenziale di una poetica, ma possiamo comunque provare a stabilire dei parametri generici, così da applicarli nell’esame di aspetti sintattici e morfologici nelle opere di alcuni poeti da poco affacciatisi sul panorama editoriale italiano, e poter delineare altresì delle categorie particolari. Nella mia scelta sono pesate soprattutto l’anagrafe – si tratta di poeti della mia generazione, nell’arco del decennio a me più vicino, ‘83/’95 – e le opere: libri editi, spettacoli strutturati o ricerche visive sulle quali, a mio parere, era opportuno e doveroso soffermarsi. Per identificare questi criteri, un punto di vista possibile è stato quello della provenienza: sono tutti autori che partono da una dimensione “non lineare” – “performativa” o “verbo-visuale” che fosse – ma che per ragioni diverse non rientrano più sotto il panottico dell’oralità, comoda non-categoria che spesso ho definito castrante, obsoleta, sotto cui poteva starci di tutto e di più.

Altro punto, ben più importante nella costruzione di questi criteri, è stato quello di determinare quale fosse la funzione rappresentata dai parametri di interazione con il pubblico, in una prospettiva di orizzontalità del mezzo poetico mai unilaterale, bensì dinamica: se una poetica, ad esempio, aveva il solo scopo di “far ridere”, non ha trovato spazio in quest’analisi. Dunque, secondo questi criteri, anche se la stand up poetry non rientra esattamente nella mia sfera di interesse, ho cercato di inserirla nella categoria della poesia comica (1) – per cui Valerio Cuccaroni ha di recente coniato il termine azzeccato di «spettacolarismo» – che, oltre alla risata, ha anche la funzione, liberatoria ed empatica, al di là del mero intrattenimento, di potenziare gli effetti di un cabarettismo portato all’eccesso, individuandola in autori come Davide Passoni e Gianmarco Tricarico. Distinzione a parte merita invece la poesia satirica (2), già indagata da Dome Bulfaro nel suo Guida liquida al poetry slam (Agenzia X, 2016), che ha in Marko Miladinović il suo primo esponente, nella misura in cui, anche nei suoi caratteri più spigolosi, affronta i temi della morale e dei costumi nella società europea contemporanea, contrapponendovi il più riflessivo Roberto Corsi, che aggiunge alla satira una rilettura del sacro in chiave smitizzante. Proseguendo la mia analisi, mi sono imbattuto poi nelle poesie di autori che rifiutano consapevolmente la forma-libro, come nel caso di Gabriele Stera, Toi Giordani, Davide Bava e Luca Atzori o che l’aggirano, amplificandone le possibilità: è il caso di Francesco Terzago, che potremmo far rientrare a pieno titolo in una poetica “delle macchine” o dell’“automazione”, e di Nicolas Cunial, che nel suo ultimo spettacolo di spoken word prende a prestito i temi del disagio mentale e li teatralizza, sviluppando una sua drammaturgia specifica. Questi ultimi li farò rientrare, per brevità, nella categoria della poesia (trans)mediale (3). La penultima parte è invece occupata da quegli autori e da quelle autrici che nelle loro opere hanno prediletto una forma più classica che esprimesse il proprio sentimento, riprendendo e attualizzando la tradizione della poesia lirica (4): Giovanni Schiavone, Serena Dibiase, Charlie Nan, Julian Zhara, Gaia Ginevra Giorgi, Paolo Cerruto e la pugliese Chiara De Cillis. Infine, in barba a qualsiasi categorizzazione “lineare”, alcuni esponenti della poesia visiva di oggi: Francesco Aprile, Elisa Camurati e Nicolò Gugliuzza. Questi ultimi, oltre ad un uso propriamente linguistico del poem, sfruttano la grafica e il collage, riprendendo la più ampia corrente estetica proveniente da Nanni Balestrini, Lamberto Pignotti, Patrizia Vicinelli e Sarenco, senza scadere tuttavia nel citazionismo fine a se stesso. L’elenco sarebbe potuto essere più lungo, ma mi limiterò all’analisi di questi venti autori per tracciare una delle tante mappe possibili, realizzando una cartina di tornasole che possa fungere da riferimento per quanto sta accadendo nella scena poetica italiana di oggi, anno 2019, provando a sfatare il mito secondo cui molti giovani sarebbero comunemente appestati da insopportabile conformismo, vizio che il sottoscritto ha riscontrato in fin troppi poetry slam.

A tal proposito molto si è scritto, nei mesi appena trascorsi, durante il dibattito tra Rosaria Lo Russo e Lello Voce, sostituendo spesso nella discussione – o peggio, facendolo coincidere – il conformismo di un certo pubblico, abituato da altri medium a determinati contenuti di facile consumo, con il vero tema, che quasi nessuno fino ad ora si è scomodato ad affrontare: il presunto “conformismo” nei testi dei nuovi autori. Per farlo, bisogna prendersi il tempo e lo spazio necessari, e ringrazio Christian Sinicco di questa opportunità, per approfondire e poter così discernere un certo patetismo sentimentale che va per la maggiore da ciò che al contrario sta nascendo di interessante e originale. Come ogni buona critica si dovrebbe premurare di fare, per essere costruttiva e il più possibile esauriente, occorre dunque leggere e ascoltare senza pregiudizi quanto questi nuovi autori hanno da offrire.

 

 

 

1. POESIA COMICA – L’«EVOLUZIONE» DELLO SPETTACOLARISMO

 

 

Si tratta qui di autori che hanno in Guido Catalano il loro più facile – e recente – riferimento. A questo filone fatto di ammiccamenti, pause ad effetto, trovate e divertissement, Davide Passoni (Carnate, 1985) aggiunge però una profondità diversa, una battuta alla seconda che guida il lettore più snob fino a casa, al sicuro alla luce della propria lampadina, quando non può più nascondersi dietro la propria maschera sociale fatta di letture solide, autori “seri” e bibliografie marmoree, esplodendo in una risata fragorosa. In Raccolta differenziata (Miraggi edizioni, 2018) l’auto-ironia del Passoni non si auto-compiace, ma diventa l’occasione per sperimentazioni grafiche e rimandi che vanno da Ginsberg a Chiara Ferragni (sì, proprio quella).

 

Come Ginsberg

Ho visto il sapore del disagio diventare aroma amaro
E farsi alito stantio tra le rughe e tra gli stracci
E l’arrivismo quotidiano alla ricerca di moneta
Diserbare calma e dare vita a rampicanti tumorali
Spirali irreprensibili che strozzano polmoni affaticati
Assorti nei respiri dell’ansia consumista
Ho visto le speranze al silicone esibirsi nel menù
A prezzo fisso di uno svunch panino e salamella
Costellare di lampioni su viale delle industrie
E celare dietro maschere e mascara
Lacrime deserto prosciugate nell’aridità del vivere
Ad un passo dalla fossa ed uno stivaletto tacco dieci
Immerso fino al collo nel degrado
Ho visto farsi pelle l’andropausa post lavoro fisso
Ed abitare volti timonieri alla conquista della terra e
Galleggiare su fiumi di tangenziali fradice di pioggia
Delle diciassette in punto e naufragare verso casa
Ad occhi spenti e fari accesi illuminare il gelo
Di una cena pronta, ad aspettare
Ho visto la mia vita serpeggiare per inerzia
E rimbalzare tra lavoro e post lavoro
Tra lavoro e post lavoro, tra lavoro e post lavoro
Tra lavoro e post lavoro, tra lavoro e post lavoro
Tra lavoro e post lavoro, tra lavoro e post lavoro
Come stare tra due specchi ed osservare l’infinito
Un corridoio che
Riflette la mia immagine
Che si fa piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola sempre più
Piccola

 

In questo caso, la prosodia tipica della beat generation si adatta a scorci e contesti tipici della Brianza, in un orizzonte piccoloborghese arido di immagini idilliache e immaginari altri, che sublima il quotidiano rendendolo ideale, cercando di innalzarlo a ponte metafisico presente, una landa desolata fatta di strade post-lavoro, scritte razziste sui muri e storie comprensibili a chi è solito attraversare il paesaggio lombardo. In tutta l’opera del Passoni c’è comunque un’attenzione al ritmo, alla fonetica, alle immagini cinematiche in un continuo riferimento pop-spettacolare che divide: come il suo stesso acronimo suggerisce, la poesia è l’estensione della ritmica dei sentimenti, e uno slogan così o lo si odia o lo si ama.

 

  

 

Diverso invece il caso di Gianmarco Tricarico, che in tempi non sospetti ho definito il Mare Nostrum della Follia al potere, un immenso fantasma di Bill Hicks reincarnatosi nel corpo di un chimico di Gorgonzola (queste cose io e Tricarico ce le scriviamo nei nostri reciproci commenti, a volte in chat private, un tempo c’erano i carteggi letterari, adesso vi toccherà il backup dei commenti sui social network, e vi deve stare bene così), comunque, dicevo, Gianmarco Tricarico (classe 1990), Dolci traumi (Miraggi edizioni, 2019), che vi consiglio di leggere dopo un suo live, se ne avrete l’occasione, magari accompagnati da una persona a cui volete molto bene, tenendovi il suo libro una mano per uno, come un fogliettino per una messa dell’UAAR, prima di spanciarvi a testa in giù e coprirvi la faccia con le mani, fa così:

Al mio funerale (estratto)

Io ci voglio la musica dubstep
e il prete deve smascellare
e i bambini devono giocare
e il cielo deve piovere
lacrime amare.

Al mio funerale
io ci voglio una festa devasto,
ci voglio la musica atroce
e la gente che danzi feroce
tanto feroce da non poter smettere
ma così tanto feroce
che gli vanno fuori guida le ossa.

Io ci voglio la bara
in acciaio inox 18/10
e ci voglio fiumi di alcool
e il chierichetto che spaccia le paste
e ci voglio il Mastrota
nella sua versione antiaderente,
voglio che la gente
non pensi più a niente,
voglio che per tutti la vita
diventi antiaderente
e che poi sia proprio il Mastrota
a seguirli spiritualmente.

Al mio funerale
vorrei essere cremato
vorrei poi esser fumato.
Mandare in botta la gente
ché davvero non pensi più a niente
‘sta gente che pensa di nascosto

e voglio tipo quelli di LifeGate
che distribuiscono opuscoli
su “adotta un’ape”, dio boia
che le adottassero tutti le api,
al mio funerale vorrei,
che diventassero tutti apicoltori,
maledetto il dio, le api dovete adottarle
l’avete capito sì o no
che vi fanno l’etichetta personalizzata
sui barattoli di miele delle vostre api
che potete chiamare il miele come volete
potete chiamarlo “Miele Smerdarello”?

Al mio funerale
vorrei i “poeti della sera”
che mi fanno le scritte sulla bara
e i “poeti der trullo” muti!

Al mio funerale
vorrei che al prete uscissero
gli spaghetti dal naso
o comunque che dicesse
alzando l’ostia
“fecola di patate”!

 

 

 

 

2. POESIA SATIRICA – L’HIC ET NUNC EVERSIVO

 

A queste gabbie precostituite, alle maglie troppo strette che separano poesia e letteratura dalle altre arti, la poesia satirica proprio non ci sta: rimescola tutto, rimette in discussione, fa a pugni con il bordo della pagina e straborda, esagera, diventa insurrezionale, si agita, calpesta, rimane intrappolata sulla carta come un insetto sull’adesivo per mosche.

È questo il caso di Marko Miladinović (Vukovar, 1988), autore e performer svizzero di origine slava e di lingua italiana che pone l’accento sui temi della morale cristiana e sui dogmi triti e ritriti nella società europea. Quello di Miladinović è un classico esempio di «nietzschiano passivo», laddove L’umanità gentile (Miraggi edizioni, 2017) nominata nel titolo del suo libro e nel suo manifesto, la “Dottorina della gentilezza”, rievoca un immaginario alt-right, quindi non ebreo. La poetica di Miladinović pone un “loro” occidentale, bianco, raziocinante, contrapponendolo a un immaginario “voi” fatto di debolezze, volontà di vivere subordinata alla fantomatica volontà di potenza, credenze e superstizioni che ci rendono così fastidiosamente umani.

 

Tentiamo dirvi (estratto)

Questo nostro mondo
emerso e illuminato
in cui si smette di respirare
tra un respiro e un altro
un fiore non si coglie
se le mani sono giunte
né si conosce quanto è profondo
ciò che non affiora in superficie
e non si è giovani se non al prezzo
dell’umanità più vecchia
e non si è forti se non a patto
di spezzarci nella rigidità.
Voi per questo volete
stare di là anziché qui?

Qui niente è uguale
neppure a se stesso
e da lì gridate all’uguaglianza?
Qui è tutto dolore e felicità
e da lì gridate alla sofferenza?
Qui è tutto pericolo e incertezza
e da lì vi addobbate?
Qui viene la tempesta
a evadere i piani, sradicare le strade
e da lì sperate e maledite
il brutto e cattivo tempo?
Qui le nuvole e gli uomini
mutano e si dissolvono
e da lì gridate per entrambi
diritti e libertà?
Qui un grande tronco
cade nel fiume e si arresta
e da lì gridate che tutto scorre?
Voi dunque per questo
volete stare di là anziché qui?

 

 

In senso opposto si muove invece la poetica di Roberto Corsi (Firenze), il quale, tra le sue rive, offre una spassionata umanità ad accompagnare il disincanto. La sua ricerca linguistica si mantiene su registri alti ma non si auto-assolve nel vuoto esercizio di stile, anzi: si fa lo sgambetto, evita il dialogo con l’io che si vomita addosso e predilige la comunicazione nelle sue Cinquantaseicozze (Italic Pequod, 2015), dure da aprire prima della degustazione ma piene di gusto per quanti sanno apprezzare i sapori più forti.

 

XI

Dio non c’è, e per fortuna, ma se ci fosse vorrei avesse sembianza
di top model, anzi fanciulla fresca, in carne e conscia di regnare
con refoli del viso di rugiada, col corpo esplosione canora.
Ascenderei beato allora a un inferno di dirupi e zanzare
proprio come al bar, mio dio donna dannante, mentre chiedevi
del miele per addolcire il caffè e un cameriere eretico t’ha opposto un secco non ne abbiamo
per poi tornare a conversare con me su Inter-Lazio di ieri…
Ma la mia bocca lì accanto, l’hai visto? S’è aperta come queste cozze al supplizio
della padella, e la parola s’è dichiarata vinta,
il miocardio m’è salito sulle spalle nel giudizio finale
dello splendore che appare e in un batter di ciglia ti sentenzia dritto
al Cocito della mezza età lasciando dietro sé la scia glaciale della propria assenza.

 

 

 

 

3. POESIA MEDIALE – LA RIVINCITA DEL  «MEDIUM» SUL «MESSAGGIO»

 

Il libro, il CD, la televisione sono supporti ormai obsoleti. Per questo, alcuni tra gli autori di poesia più originali sulla piazza hanno scelto di evitarli o di aggirarli, trasformando di continuo le loro poesie a seconda del contesto in cui vanno a operare. Il testo, in questi casi, viene determinato dall’interazione con il pubblico e cambia e si perfeziona di volta in volta. Gli esempi e gli autori qui citati sono tutti diversissimi e ognuno di loro merita un esempio a parte.

Gabriele Stera (1993), performer, compositore e artista sonoro, vive e lavora a Parigi. Tra le sue ultime apparizioni, segnaliamo quella al Teatro Tor Bella Monaca di Roma, dove ha presentato alcuni estratti del suo poema Dorso Mondo, che presto sarà edito per i tipi di Squi[libri] in formato audiolibro e di cui presentiamo qui un breve estratto. Per Stera, da sempre attento studioso del suono, concetti quali feedback, no-input, riverbero, delay, distorsione ecc. hanno il peso e il ruolo di “figure di stile” e hanno un impatto determinante sulla semantica del lavoro. Non sono casuali né accessori, ma fungono da metodi di scrittura. In tal caso, in altre parole, è difficile (se non impossibile) separare la partitura dall’esecuzione, il testo poetico dalla performance sonora, che non nasce per avere una sua autonomia ma si interseca consecutivamente con le chitarre noise e il delay del microfono, in una ricerca che consapevolmente dialoga con la filosofia di Simondon.

 

Mentre le notti sante lì davantmuro (estratto)

«il muro appare come per incanto nelle giornate della vita inversa
succede che d’un tratto tutto perda senso e si svolga attorno scivolando
ci si blocca così per qualche istante come se niente fosse niente più

le voci sfumano attutite verso un’unica massa indistinta di polvere
tutto si sgrana si dissolve lento e sembra riassumersi in un punto morto
un suono uniforme che ronza di sotto a tutte le cose che accadono
(…)

il muro non pronuncia una parola, ti capita davanti agli occhi muto
e distende una pellicola sul mondo facendone un giocattolo di plastica
s’impone come un’evidenza un atrio convesso che precede la parola

e mentre stiamo sul dorso del mondo ci sembrerebbe si rivolga a noi
proprio a noi e ci pare una domanda senza frase né voce che la specchi
un interrogativo a cui dobbiamo una risposta»

 

 

Toi Giordani (Bologna, 1992) ha fatto della sperimentazione grafica e sonora il suo marchio di fabbrica. Da sempre interessato alla trasformazione di sample e campionature, nonché alla ricerca del packaging-ideale-che-ancora-non-esiste, una delle ultime creazioni del produttore e performer emiliano lo vede impegnato nello spettacolo “X Machine” (2018), in coppia con il compositore e sound designer Andrea Gianessi, mettendo in musica il suo Regina, poema “canovaccio” che viene performato modulando la voce grazie alla campionatura elettronica. Il testo in questione, debitore di Elio Pagliarani, prende di mira una serie di vizi ed ambienti artistici del nostro tempo e li sposa con l’anti-scuola della neoavanguardia. La direzione intrapresa dal testo è imprevedibile e ad ogni performance sarà diversa a seconda dei siti e dei contesti dove questa si svolge.

 

Regina (estratto)

1.
Regina ti vedo di tanto in soltanto
lontana, di sbieco sinistro ed inquieto
sequestra l’occhiaia incolore lo zigomo
scarta uno sguardo d’intorno
lo vedo mi poso sul fondo,
inopportuno ciglio
ti parlo piano e vicino e ti soffio
il fiato nell’occhio e ti parlo piano e
vicino e dentro, Regina, in uno zigomo
che è un promontorio
dalla cui curva rapida calca il
gomito d’acqua che fa diventare il fiume
una cascata
non un pianto, tutt’altro,
che tu, come me,
sempre tre facce ti porti in giro e
di tre, due
hanno un occhio solo
Regina
sorride soltanto quel terzo di volto
mi pare che dica con l’ansia fugata dai
denti
Leroy, finalmente compari

io
tre volte a fila avrei voluto
avvicinarmi, io, che sono un climax
se alla prima ho desistito
alla terza ti sono stato
l o n t a n i s s i m o.
Però, orbitando, attendo il
momento propizio
da perso nei pixel che sento
comporti, ognuno tenere una storia per
farti
divisa per anni e per punti
cruciali centellino ordisco
fortezze di files,
sparsi, ricordi holy-bytes vacanze
compiante tropicali e foto-
tali –
tu e
mamma e tu e lei e loro,
tu ed animali, costumi, cantanti,
cappelli, tu ai fornelli, bottiglia di vino,
tequila e biancospino tu
occhiali, tu lui, l’altro ed uno e un altro
impressionando il film delle
plurime
infinite
timelines
in timelapse ti fruisco:
alla curva del collo tuo dedico un tera
di extras
indugiando sul foro alla base del
naso, in macro,
tra impure sezioni di
cute per croste di insidie, passati eczemi
ma come
performance
, segnali di sexy travagli
Ah,
ma io ancora posso rimanere teleobiettivo.
Mi sento costante, sono
fiero di me. L’assenza ostinata in un
senso mi rende imprescindibile:
provvedo a incarnare l’urgenza
che ancora bisogna creare:
percorro un centimetro a me
sembra un miglio
ma quando mi volto ti sono già
stato, in un sogno soltanto, sopra –
dentro.

 

 

Davide Bava (Venaria, 1983) introduce richiami mistici e sogni ad occhi aperti nel grande mercato a cielo aperto di Porta Palazzo. Fantasmi, antichi maestri e personaggi tipici della cultura piemontese rivivono nei versi che compongono il suo ultimo mixtape trip-hop sperimentale, Radiobluenote III (2016). Nella sua produzione riecheggiano i racconti weird di H. P. Lovecraft, metafore e simbolismi che ricordano, sotto certi aspetti, il Piccolo inferno torinese del compianto Guido Ceronetti, mescolati tra i rumori del traffico.

 

15:27 (13 minuti fa)
a me

#201

Il sonno quando è allucinato scrive sogni, e sbatte i pugni sopra il tavolo quando non trova spunti. A fianco a lui mi sono addormentato, battendo i denti dalla paura. Sono la cavia dei suoi esperimenti, scruta nella mia pupilla mezza chiusa, mi tiene in coma con una puntura di morfina ogni mezz’ora. Spesso sogno di essere vicino all’agenzia di scommesse che c’è davanti alla Lidl, con in mano un litro di vino, in cartone, al sapore di AIDS, con la barba lunga e le trecce, seduto su un gradino. Un bambino, all’improvviso, arriva con dei soldi che vuole scommettere e mi chiede se, al posto suo, potessi farlo io. Raccolgo il denaro e gli dico – Arrivo subito… Poi entrando chiedo se c’è un bagno ed il proprietario mi dà una chiave attaccata alla piuma di un cigno. Intingo la punta della penna nel mio sangue e disegno una porta accanto lo scarico del gabinetto. La apro e scappo con i soldi, in un altro mondo, con un ghigno. Sto accompagnando all’altare una donna fatta in legno d’acero, ogni volta che mi dà un bacio mi stilla in bocca del vischioso succo giallo, dolce e torbato. Dico di sì di fronte a Dio, poi lei si gira fredda in alluminio e mi confida che ci ha ripensato. Piange un acido corrosivo sul prato, fa un buco, cado nel sottopassaggio di corso Massimo, non respiro, tossisco e mi agito, mi risveglio col panico ed il sonno è già scappato. Dalla finestra il rumore del traffico.

 

 

L’ultimo concept di Luca Atzori (Nuoro, 1984), Mama Roque de Barriera, affronta i temi dell’emarginazione sociale nel quartiere periferico di Torino con tono ironico e provocatorio, narrando la figura romanzata dell’argentino Roque tra convivenze aberranti e amori psichiatrici, avvicinandosi, a volte, alla forma-canzone. L’opera di Atzori racconta da vicino la follia, la non integrazione, l’orgoglio dell’essere alternativi anche all’idioma, creando un gergo tutto suo a metà strada tra italiano e spagnolo. Lo stesso sbandierato anticonformismo che lo porta a ripetere come un mantra: “Pasolini è la mia marca di biscotti preferita.”

 

Lotta armata

Certamente
La democrazia cristiana
Ha fatto bene
Ad uccidere Aldo Moro

Peron
Però
Conosceva Mussolini
Mussolini bussò
Alle porte del buio
E con voce sguaiata
I patti lateranensi
E Aldo Moro

Renato Curcio
Mi parlava
Dei dispositivi di soggettivizzazione
Ma questa societ..
O come vogliamo chiamarla
È reazionaria anche
E soprattutto
Quando vuole fare la società
Communista

 

 

Le ultime istanze accelerazioniste di Snircek e Williams nel loro Inventare il futuro (NERO Edition, 2018) trovano terreno fertile in Francesco Terzago (Verbania, 1986), che con i testi che compongono La linea automatica produce trecento piani cucina, già comparsi su “Nazione Indiana” il settembre scorso, traccia il passaggio da una poetica delle pianure tanto care a Gianni Celati – presente nella sua raccolta multimediale Caratteri (Vydia, 2019) – a una poetica delle macchine, dell’automazione, riprendendo temi presenti in testi precedenti come Nebulosa, in cui l’amore si intrecciava allo stupore scaturito di fronte all’efficienza di una lavatrice. Terzago inverte la lezione di un Gozzano per uno sguardo orizzontale, materico, mai aulico o ampolloso – gli occhi della Signorina Felicita paragonati ad un “azzurro di stoviglia” – con la macchina stessa, da cui però può nascere un forse meno asettico sentimento. L’umano appare in filigrana, dallo sguardo che il poeta posa sulle cose che incontra sul cammino.

 

*

Abbiamo già percorso settanta chilometri
e ancora non sappiamo dove comparirà
una luce naturale; le nuvole sono una caverna
di ghiaccio sporco; una struttura mobile
dove, tra alcune ore, si registrerà
la fosforescenza che non dà ombre;
forse, avrà smesso di piovere. Pare
che siano freddi chicchi d’uva, quelli
che raggiungono il tetto del furgone,
che si schiantano sui vetri; infinite
frasi d’amore in morse sarebbero distinguibili
se solo disponessimo della potenza di calcolo
sufficiente, quella delle nostre macchine;
ridiamo delle disavventure di uno di noi tre
e parliamo della ragazza di un conoscente
che abbiamo in comune, lei si sta impratichendo:
spende le domeniche di novembre
senza guadagnare niente. Glieli portano
in tarda mattinata o nel pomeriggio
prima che il sole sia percorso da crepe
come un uovo precipitato – anche tre
o quattro in un giorno. Lei farebbe di tutto
per ricomporli, affinché, nello spazio da cui
se ne sono andati, tornino gli organi avvolti
in uno straccio rischiarato dalla lampada
scialitica. Si stringono i nodi per rimediare
alla deriva del derma e dell’anima,
poi si pulisce il banco dal sangue chiaro.
La ricompensa è fumarsi una sigaretta,
riempirsi le narici di osmanto senza
accorgersene. Guardare le tapparelle
abbassate dell’asilo. I cani da caccia
non retrocedono mai così, i cinghiali,
con le loro zanne, li lanciano per aria
come cuscini rossi. La schiena fa male
quando si consumano le ore su questi sedili ma
c’è l’antidolorifico in busta. Le strade
che percorriamo hanno origine latina
o precedente. Il cemento armato poggia
su ostie di granito trascinato sino a qui,
in epoche irriconoscibili. Non c’è tempo
per un caffè alla stazione di servizio,
alle otto di mattina dovremmo essere
nel punto in cui convergono, davanti ai cancelli,
gli autotreni e, grazie a loro, i nostri robot. Abbiamo
lasciato le nostre case quando era buio, sarà buio
quando ritorneremo e questo ci darà la sensazione
che sia stato tutto un sogno ad occhi aperti.

 

 

Forse alcuni di voi lo ricorderanno per la sua apparizione televisiva al quiz “Avanti un altro!” su Canale5, quando recitava Dante di fronte ad un perplesso Paolo Bonolis (ha fatto tantissime altre cose, ma io non dimentico), vincendo una somma in denaro e portando così, di fatto, per la prima volta il poetry slam in TV, superando il collega Simone Savogin. Ebbene, Nicolas Cunial (Mendoza, 1989) ha scritto e pubblicato diversi libri di prosa e poesia, tra cui il poema Il sosia zero (Edizioni La Gru, 2015). Nel suo ultimo spettacolo di spoken word dal titolo Black In/Black out, propone una rivisitazione in chiave elettronica dei temi legati alla salute mentale, “grazie all’uso” – cito testualmente dalla scheda tecnica – “di una precisa musica costruita per enfatizzare gli aspetti più ritmici e immaginifici delle sue poesie”, con in mente una missione precisa: quella di “farvi ballare durante un terremoto”.

 

Planetario (estratto)

forse confondo le confusioni
perché mi conto più dubbi che giorni
ma ho due pianeti al posto degli occhi
li disegno sul muro
(poi pulisco: lo giuro)

si vive in un tempo protocollato
tra visite da calendario e l’orario
del deperimento. del farmaco effetto.
si vive di schemi e gioco di ruoli
di costanti silenzi scontati
per mostrarcisi male. malati.
ma c’è un momento in cui mi do conto
che sono contento: è quando disegno
i miei occhi più grandi del mondo
perché lo contengo nel nero del bulbo
e il bianco contorno è l’universo
in cui nuoto di notte se mi addormento
se il giorno l’ho perso a muovere scacchi
con chi fa la cronaca dei gesti più semplici:
«guarda lei ha preso una penna
guarda lui sta toccando la tenda»
e silenzioso mi fissa gli spacchi
coi suoi pianeti disabitati.

 

 

 

 

4. POESIA LIRICA: IL RECUPERO DELL’IO E NUOVI «CANTI» ALLA TERRA E ALL’UNIVERSO

 

Se Majakóvskij dedicò alcuni suoi celebri versi all’“amato se stesso”, una nuova corrente di poeti ha trovato nel recupero dell’io e nell’espressione della propria soggettività la sua chiave espressiva per raccontare il mondo in modo peculiare. Si tratta di una lirica moderna, che conosce la tradizione e la riadatta a forme nuove, che parte dalla scrittura io-centrica per raggiungere l’universale.

È questo il caso di Giovanni Schiavone (Torino, 1983), autore del romanzo Il dio osceno (Italic Pequod, 2013), il quale afferra nelle sue poesie un senso arcaico, dionisiaco, euforico, in una riproposizione del mito e del sacro erede del Simbolismo dannunziano, costruendo una lingua barocca, propria del figlio di un «proto-nichilismo attivo», che non può diventare rivoluzionario perché disconosce i propri simili, ma che rifiuta il potere perché è già in sé potenza, e chiede allo stesso tempo di essere amato.

 

La Casta Scelta (estratto)

Sul mio rito è piovuto l’aceto italico
come sul platonismo imbastardito dell’anno trecento
ha pisciato la militia christi.

Sfoglio l’epistola dell’anno terzo.
Poi quella dell’anno sesto.
Poi quella dell’anno ottavo.
Poi quella del dodicesimo.
(Poi quella dell’anno nuovo).

Sottovoce le ho dettate
per sfuggire gli intrighi di palazzo,
però talvolta m’han premiato lo stesso
– malgrado io conosca poco il greco.

Scrivevo inni su commissione
e regole monastiche,
sulla scia di Beda il Venerabile
che Dante errando mise in Paradiso.
La Casta Scelta, ascoltandomi, intendeva:
“Nei sbiaditi mosaici della monocromia
Lodate dio.
Nella nera caligine del patimento
Lodate dio.
Nelle infinite propaggini della tribolazione
Lodate dio.
Nelle distorte prospettive del pervertimento
Lodate dio.
Nell’assurda mancanza di significazione
Lodate dio.”

Ma quattro adepti soltanto imparavano
che la mia lingua era un nuovo paradigma.

 

 

Charlie Nan (Pietra Ligure, 1987) ha fatto dello “zapping” la sua cifra stilistica, in un immaginario che va dalla prosodia allucinatoria di Burroughs alla poeta bulgara Blaga Dimitrova. Un orizzonte post-apocalittico, quello di Nan, che ha nella voce radio proveniente da un container dopo l’esplosione della bomba il suo reale e più sottile significato. Secondo la sua personale ricerca, nei Cantici elettrici i versi e le immagini evocate dai media del presente evocheranno i versi e le immagini del futuro.

 

Cantico del gas (estratto)

Narrami o Musa
l’utopia della Luna Blu
e la redenzione dall’estetica del vapore verticale

Segnali eco da mulini d’amianto
e rimangono i castelli di carte come templi del vento
resti di Via Cecchi governano la lotta
alla coagulazione di ogni singolo giorno
e il senso di fuga del fuoco
acquista significato in uno sguardo rimasto decolorato
e il mondo ritorna al mondo
Il decadimento destinocentrico
si specchia nell’estasi della percussione

Io scrivo al n. 52
ho un cartone di pizza da tre giorni sul divano
ed ancora oggi sorelle e profeti giacciono in galere
guardando indietro alle loro vite
così brevi da divenire milioni di disamine
e chissà in quale direzione si rivolgerà
l’abbraccio della tempesta
soffia la cenere delle lettere senza mittente
che si sparge nella Via Lattea
lungo Via San Massimo
tra il riordino della memoria storica della palude
cenere alla maschera del vuoto
intonerei preghiere
per la dispersione delle vostre vite nel mondo
per le angosce notturne e i giornali che non recano notizie di morte
è impossibile fuggire all’aporia delle preghiere
e fuggire
seguiti dalla sottile corrente ascendente
verso la complessità
la forma nasce come violazione della tecnostruttura della civiltà
già 15 miliardi di anni fa
e l’eresia si spegne in un’indica iride monumentale

L’amore è gas! L’amore è gas! L’amore è gas!
Gas sventola le foglie appena cadute!
Gas cuoce immagini cangianti!
Gas urlo generatore di luce!
Gas continua a produrre tempo!
Gas specchio dei secoli!
Gas dei cani rossi!
Gas parola come unica forma di resistenza all’immateriale!
Gas riverbero del Mondo!
Gas sul Lungo Dora Firenze!
Gas per finalità predisposta!

 

 

Decisamente più intimista, Serena Dibiase (Bologna, 1986) nel suo Amnesia dei vivi (Italic Pequod, 2015) scandaglia l’io in un’alternanza tra il dialogo con il sé e l’asserzione pura, in un tragitto che la porta a percorrere un viaggio – cito dalla prefazione di Giancarlo Sissa – tra “simmetrie compositive e libertà formali”. L’amnesia del titolo è propria di una certa poesia, che dà il meglio quando dimentica le strutture degli ottonari e dei novenari e si abbandona al verso libero, ricco di sinestesie e metonimie.

 

Respiro (estratto)

il treno per Venezia santa Lucia è in partenza dal binario nove
il treno per Salerno è in arrivo al binario uno
e riderai per un cenno che si mugola in distanza
per le parole rotte
per la sveglia soppressa
per un viaggio che si credeva in tempo
ma la coincidenza è riuscita arrivi lontana ti corro addosso quasi piove

nella sepoltura di neve che è mignolo e deserto e sgoccicchia finché si fa tiepida
recupero in un boccone i buchi d’aria dalla fronte in giù
e i racconti sono solo racconti dove le confessioni muoiono e il resto
s’accoda ad una certa vita dalla mia alla tua un gancio

tra il tarlo e la finestra c’è quel mezzo cielo che ci serve
poi il minuto smette diventiamo bestioline con le orecchie appuntite sul gelo

 

 

Julian Zhara (Durazzo, 1986) nel suo Vera deve morire (Interlinea Edizioni, 2018) riprende e varia il tema della poesia lirica per eccellenza: la fine di una relazione, nel perenne conflitto tra l’oggetto del suo amore e se stesso. Il titolo, che prende spunto da uno dei Racconti crudeli di Villiers de L’Isle-Adam, narra l’impossibilità di riconciliarsi, nello strappo cinematografico tra due corpi e tra due lingue – l’italiano e l’albanese – nell’antica battaglia tra Amore e Morte. Riportiamo come esempio Strappami la lingua madre, poesia che riassume un uso della lingua ruvido e un incedere lento, ricercato, nella costruzione di una biografia che – in assenza di veri maestri – deve crearsi egli stesso, verso dopo verso. Zhara s’impossessa di De Angelis, Pavese, Pascoli, cita il veneziano Luciano Cecchinel, senza però imitarli.

 

Strappami la lingua madre poi
avvicina la tua bocca alla mia,
amplificami i lamenti, da permettermi
di dirti piano, a voce bassa,
parole semplici, poche, dentro la bocca
come il picchiettio del rubinetto
chiuso male; se balbetto sciocco
è perché mi hai tolto la lingua
– la tua si farà palco, le guance
platea e dirò male, come se avessi
scordato la parte, la scena chiave,
in un teatro antico,
in mezzo a una tempesta di scirocco.

 

 

La lingua di Gaia Ginevra Giorgi (1992) somiglia alle sue Manovre segrete (Interno Poesia, 2017). Lettrice accanita di Sylvia Plath, l’attrice e autrice di Alessandria unisce l’“osservatorio domestico” che le è proprio alla seconda persona assertiva che narra un paesaggio spesso rurale, scarto del vetro della sua finestra, che ha nel corpo la sua appropriata, ideale cornice. I suoi versi tornano alla terra, come una pioggia che batte sul tetto spiovente di una casa in montagna, d’inverno.

 

la terra e l’attesa

scatto in avanti
e rovescio la testa
lo spigolo della ferrovia
lo spacco verticale
della nuvola che insegna
l’attesa
l’esecuzione impeccabile
del vento
la sua rivolta

oggi sono un animale pigro
che piglia l’aria e caccia respiri
un frutto maturo per poco appeso
un letto ancora sfatto

sono una mattina
di settembre la pace
la tua
acqua del pozzo
un pugno di sassi
gettato di sotto

 

 

Paolo Cerruto (Milano, 1992), seguace nonché promotore della poetica di Alberto Dubito, protagonista e ideatore del festival performativo itinerante «Monumenti», ha dato di recente alle stampe il suo esordio, Poetically Scorrect (Eretica Edizioni, 2019). L’uso del verso nato nella dimensione orale approda alla prova della pagina scritta con scanzonati versi prosastici tendenti al dialogo e giochi di parole provocatoriamente scorretti. In epigrafe, oltre al già citato Dubito, si riportano i versi di Gesualdo Bufalino, segno di appartenenza più che di stile per Cerruto, poeta d’amore per metà siciliano che canta città e viaggi infiniti, nell’io che si pone domande e non raggiunge mai un dove – per sfuggire alla morte.

 

Stiamo viaggiando sui binari, tu deraglia (estratto)

L’aria era azzurra mentre ci scambiavamo amori infiniti
non si sentiva neanche la puzza degli aperitivi fatti d’avanzi
non percepivo il freddo mentre ti ripetevo che se ti butti
oltre le paure ti prendo e ti celebro ogni giorno.
E la stabilità è una scusa per i mediocri e i giusti, noi storti
Non bramiamo l’equilibrio ma salite per sentirci vivi
e discese per scompigliare capelli e baricentro.
(…)

E se gli sbagli fossero tatuaggi saremmo irriconoscibili
Pensavo rincasando in bici lungo la strada condivisa
con troppi isterici e infelici abitanti di abitacoli.
(…)

‘Il black bloc somiglia all’amore
ne parlano tutti ma non esiste’
pensavo a questa frase letta sul muro, alla gravità, alla Terra
agli innamorati che come lei inseguono qualcosa che brucia
tipo questo filtro in mano, mentre vuotiamo bicchieri
per ascoltarci il mare, poi rincasare con l’inerzia
tipica di chi ogni giorno risorge e muore.

 

 

Arriviamo così a Chiara De Cillis (Ostuni, 1995) che con Cane magro (Italic Pequod, 2017) fa terra bruciata dei paesaggi naturali, della polvere, dei furbi riferimenti montaliani e pessoani per lasciar posto all’epica di Antigone, al rimbombo dell’enjembement e dell’allitterazione che ha nella ribellione giovanile il suo più sicuro approdo per non perdersi nel vento. Per la poeta pugliese, è la fame a sancire il crudo verso, nella prospettiva di una creazione svincolata dai dogmi dell’ispirazione romantica, dove il senso etico nella perenne trasgressione dalle norme e dalle regole metriche diviene il suo originale “fare” poetico. Tra i riferimenti principali: Sandro Penna, Amelia Rosselli, Thomas Eliot.

 

37.

Tra questi pascoli urbani
di troppa umana allegrezza
io tram senza filo deraglio
alla ricerca costante, perenne
di un capolinea che sia quello:

che mi accolga come una cosa
che ha compiuto il suo senso
(depositata al termine corsa
tra gli oggetti dimenticati
o tra quelli da far riposare);
e senza fine ho scoperto che è
questo mio andare alla cieca
e mi accontento di trovare
il profumo di un gelsomino
al confine di un parco, il volo
di un corvo confuso, il tuo volto
che appare soltanto di rado
e ha la forma di un sasso,
di un fumo leggero di tabacco,
di un uomo per strada,
del caffè alla mattina, di una
finestra azzurrina lasciata
aperta da te – io lo so –
giusto lì, dove poso i miei passi
sul binario di ogni giorno.

 

 

 

 

5. POESIA VISIVA: CINQUANT’ANNI PRIMA DEGLI «INSTAPOET»

 

Erano gli anni ’60/’70 quando i poeti italiani del Gruppo 63 e del Gruppo 77 ripresero le suggestioni del Dadaismo, del Costruttivismo e del Futurismo russo diventando, insieme al Brasile, una delle scene più attive e proficue della poesia visiva internazionale. Come notò Adriano Spatola, questi “poemi-quadro” o “poemi-oggetto” – leggasi “frasi-non-sense-su-sfondi-colorati” – fecero la loro comparsa in un periodo nel quale questi poeti si chiedevano come fosse possibile fuggire alle regole del consumo, sia pure questo culturale. Al tempo la grande editoria, legata all’industria italiana, non era affatto in crisi, eppure la poesia non se la cavava molto meglio di adesso: chiusa in un tardo-crepuscolarismo di comodo, guardava con sospetto le sperimentazioni della neoavanguardia. Anzi, se possibile, le osteggiava. Ecco, un tempo c’erano i colossi editoriali, oggi ci sono gli influencer, gli instapoet, gli youtuber. Vi dice niente?

Francesco Aprile (Lecce, 1985), esponente del movimento New Page fondato da Francesco Dòdaro, inizialmente si fa promotore di un linguaggio centripeto erede del Surrealismo e figlio della pubblicità. Ben presto però se ne distacca, intraprendendo sperimentazioni di asemic writing care a Vincenzo Accame: una scrittura, cioè, che predilige una semantica “aperta”, priva di significati, dove il gesto dell’artista acquisisce uno scopo di liberazione.

 

                                 

Francesco Aprile, Excursus, 2015

 

Figlia di un avvicinamento all’analogico riconvertito al digitale, Elisa Camurati (Quilpué, Cile, 1989) fa della scomposizione e destrutturazione dei piani il suo carattere principale, prendendo a piene mani dalle riviste di moda, dagli articoli di giornale, secondo il linguaggio centrifugo applicato dai dadaisti, accompagnato a volte da interventi di scrittura verbo-visuale a mano libera: frasi e lettere che ampliano il significato precedente fino a stravolgerlo, rendendolo irriconoscibile ma donandogli una sua bellezza indipendente. Le opere di Camurati sono a metà tra Lamberto Pignotti – secondo il quale la poesia visiva poteva diventare un linguaggio di massa, merce – e Sarenco – in quale, al contrario, sosteneva che la poesia visiva assumesse valore in quanto opposizione – ma non sono mai meramente decorative: instillano sempre il dubbio, come a voler rimarcare la differenza tra realtà e invenzione linguistica.

 

               

Elisa Camurati, Kem In The Middle, 2017-18

 

Nicolò Gugliuzza (Parma, 1992) parte infine dalla glitch art, immagini prese a prestito dal mondo dell’arte, della fotografia, dei personaggi storici, che vengono cambiate di segno, traslate in chiave situazionista alla Asger Jorn, ma in digitale. La ricerca pixellata di Gugliuzza si evolve fino a diventare vaporwave, rispedendo al mittente quello che le regole simmetriche, il buon gusto compositivo e l’accostamento cromatico convenzionale ci ha abituati a definire “bello”, “sensato”, “gradevole”, portando alla luce una forma di resistenza estetica decolonizzata.

 

                                            

Da Nicolò Gugliuzza, Guerrilla Poetica, 2017-18

 

 

 

 

 

Bibliografia, videografia, immagini – In ordine di lettura

• https://www.lindiceonline.com/wp-content/uploads/2016/02/Guido-Catalano.jpg

• D. Passoni, Raccolta differenziata, Miraggi ed., Voci, 2018, p. 46

• https://www.youtube.com/watch?v=oAtrZ2DY2_U

 

• G. Tricarico, Al mio funerale, da Dolci Traumi, Miraggi Ed., Voci, 2019

• https://www.youtube.com/watch?v=CSLaM11BV78

• M. Miladinović, L’umanità gentile, Miraggi ed., Voci, 2017, p. 72

• https://www.youtube.com/watch?v=gFY_0Fq4RGE&t=3s

• R. R. Corsi, Cinquantaseicozze, Italic Pequod, Rive, 2015, p. 22

• https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-9/12065702_10207359427046687_7232837094657285132_n.jpg?_nc_cat=109&_nc_eui2=AeEQ2k00bff9RbCp9Bm2EEDg7ESB57lHlSD1NczOQN1BN7qnT4E439uVaoqkbgoftLJ-1r1p_UJUn_luV8xZWCL_oTA1O6imqB30fY1ivfckyg&_nc_ht=scontent-mxp1-1.xx&oh=609e7a27a699c500fc7b9b21345d07f5&oe=5CB0266F

• G. Stera, Mentre le notti sante lì davanti al muro (estratto), da Dorso Mondo, Squi[libri], 2019

• https://www.youtube.com/watch?v=zTIyD432TTE

• T. Giordani, Regina, Pdf. online su: https://zoopalco.org/wp-content/uploads/2018/11/Regina-7OI-x-machine3.pdf

• https://www.youtube.com/watch?v=hG1Cghov3qw

• D. Bava, Radiobluenote III, mp3 online su Bandcamp: https://davidebava.bandcamp.com/releases

• https://www.youtube.com/watch?v=4zg19zmQLHw

• L. Atzori, Mama roque de Barriera (inedito)

• https://www.youtube.com/watch?v=v4oTNxDALP4

• F. Terzago, La linea automatica produce trecento piani cucina, articolo online su «Nazione Indiana», 13 settembre 2018: https://www.nazioneindiana.com/2018/09/13/la-linea-automatica-produce-trecento-piani-cucina/

• https://scontent-mxp1-1.xx.fbcdn.net/v/t1.0-9/15380846_10211388949106216_6691589820075325791_n.jpg?_nc_cat=107&_nc_eui2=AeEPgdwgbFw9p-Ait1KRJxsHe-AL7YzMSOpCtz47S6N-VJw3hc2_ZTBNqbHmoShxmLJvODHifD8_Q3iI108xSBdmUaCUURbqzct9kMjMkOhSpA&_nc_ht=scontent-mxp1-1.xx&oh=d7e3fd973992a83d8517505f3e7bdb69&oe=5C65B8B9

• N. Cunial, Black in/Black out (inedito)

• https://www.youtube.com/watch?v=p30j3KKpA4o

• G. Schiavone, La Casta Scelta, reperibile online sul suo blog: https://giovannischiav.wordpress.com/

• https://www.youtube.com/watch?v=c_MHPRam0yc

• C. Nan, Cantico del gas (estratto), (inedito)

• https://www.youtube.com/watch?v=s_2FPngCv14&t=5s

• S. Dibiase, Amnesia dei vivi, Italic Pequod, Rive, 2015

• https://www.youtube.com/watch?v=O44oNbeHjys

• J. Zhara, Vera deve morire, Interlinea edizioni, 2018, Lyra Giovani, p. 8

• https://www.youtube.com/watch?v=V5kqmERuKow&t=47s

• G. G. Giorgi, Manovre segrete, Interno Poesia, 2017, Interno Libri

• https://www.youtube.com/watch?v=sHLemryshTU

• P. Cerruto, Poetically Scorrect, Eretica Edizioni, 2019, p. 80

• https://www.youtube.com/watch?v=hp9RSPUKJRM

• C. De Cillis, Cane Magro, Italic Pequod, 2017, Rive, p. 49

• https://www.youtube.com/watch?v=RKVRz_e1chM

• F. Aprile, pubblicazione online su «Utsanga»: https://www.utsanga.it/aprile-manifestantes-visual-poetry-asemic-writing/

• F. Aprile, pubblicazione online su «nuovaletteratura»: https://nuovaletteratura.wordpress.com/2015/10/13/excursus-visual-poetry-an-exhibition-una-mostra-di-francesco-aprile/

• F. Aprile, Scritture Provvisorie, Estratti, XVII

• E. Camurati, immagini online reperibili su: http://keminthemiddle.tumblr.com/
e https://www.instagram.com/keminthemiddle/

• N. Gugliuzza, immagini online reperibili su: https://guerrillapoetica.tumblr.com/
e https://www.instagram.com/nico.guglit/

 

 

 

Davide Galipò (Torino, 1991) è laureato in Lettere all’Università di Bologna e diplomato alla Scuola Holden di Torino, dove ha frequentato il college Scrivere. Svolge l’attività di editor e direttore editoriale per Neutopia – Piano di fuga dalla rete. Sue poesie, saggi e racconti sono stati pubblicati nei volumi Rivoluziono con la testa (Agenzia X, 2017), Confini (Istos edizioni, 2018) e sulle riviste Argo – Poesia del nostro tempo, Crapula Club, Svaco Creativo Magazine. Nel tempo libero valica confini, studia altri mondi possibili, attenta alla vita della letteratura.

 

 

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2 Comments

  1. Giova S. 17/02/2019 at 11:06 am

    Un pezzo davvero importante sulla situazione attuale. Scritto benissimo e ricchissimo di spunti .

    Reply
  2. Pingback: Hic sunt mytili: su Poesia Del Nostro Tempo (contiene anche civetta per giovedì p.v.) – Roberto R. Corsi

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