Dalla nota di lettura di Alberto Bertoni

È un libro di transiti da un tempo anteriore a un’esperienza tutta viva del presente, questo di Silvia Secco. Ed è anche un libro che, a partire da una consapevolezza collettiva della specie (declinata al femminile), giunge a mettere a fuoco la vicenda esistenziale, appunto narrata in presa diretta, di un Io sensibile. Tuttavia, a differenza di altre esperienze poetiche che inscenano un rapporto di inesausta metamorfosi fra l’umano e il grande scenario del mondo e dei suoi fenomeni, il tempo lineare della psicologia e quello circolare di ciò che chiamiamo Natura (la terra e i suoi frutti, le stagioni e la fenomenologia del cosmo), queste Amarene non si abbandonano mai a una facile soluzione di identità antropomorfica e di correlazione oggettiva d’ascendenza ancora simbolista. Piuttosto, ogni contatto e ogni possibile configurazione di rappresentabilità che provi a intrecciare l’esperienza umana e la molteplicità ciclica dei moti naturali richiede un processo di dolorosissima rigenerazione e di rinascita. Le grandi metafore attorno alle quali si compie la meccanica profonda di questo bellissimo libro a fondamento liturgico – senza mai essere, si badi, confessionale – sono quelle del concepimento, del dolore ad esso connesso e poi del parto e della neve, che funzionano a diversi livelli di metaforicità e di costruzione progressiva del senso. Resta solo da mettere in rilievo l’originalità di un simile lavoro, difficilmente confrontabile con poetiche espresse da una medesima generazione: piuttosto con certi esiti dello Zanzotto più libero da giochi di significante o da echi lacaniani, quello di Dietro il paesaggio o di Vocativo, per intendersi. D’altra parte, agli appassionati e ai lettori di poesia d’ambiente bolognese era nota da tempo la crescita costante di Silvia Secco. Questo libro, per compattezza tematico-stilistica e per intensità intonativa, la consacra ai livelli più alti della poesia di oggi.

 

Da Amarene (EdizioniFolli, 2018)

Mi hai detto rinomina il mondo
come il primo uomo, pronuncia il gusto
all’infinito, dì il nome del frutto.
Io ogni cosa chiamo ognuna genero
e sono dio nel mio chiuso giardino
e questo è il mio figlio prediletto
che ho dato in cibo al lupo. Questo
che ne rimane lo impasto di nuovo
io, qualche decina di amarene
mi covo nel grembo. Per voi preparo
un pane in dono, minuscolo e agro.

*

Le bamboline salgono le scale
dei palazzi con le ginocchia sbucciate,
le ciabattine. Portano nomi come
caramelle. Suonano alle amiche
per giocare sulle terrazze sgombre
delle antenne, a unire i puntini dei nei
nella forma del lupo. Indossano
magliette preferite con le ali
contano i loro anni, fino a sei. Poi
si chiudono la bocca con le mani
gridano la faccia dei padri. Fanno
il salto, volano giù otto piani.
(A Fortuna Loffredo, “Chicca”)

*

Qui, le mie rose recise alla radice del fiore
lascio sia il fiore a cadere, il gambo nudo
reso digiuno. Sono io l’avanzo
il pasto rimasto, smessa la fame.
Sono lo sdegno, bersaglio del dito puntato
a indicare chi – a significare che cosa –
Tuttaspine sono, immobile e difensiva.
E lo grido il tuo nome di dio
questa D minuscola.

*

Insegnami il coraggio dei papaveri
ai margini di strada, l’ilarità
di certe spighe, a spasso con le folate.
Fammi capace di gentilezza
– l’erba sul piede nudo, l’attitudine del sasso
a tacere le erosioni, la pazienza che hanno i pesci
coi costumi dei bagnanti – dammi la fede del frutto
che maturerà, come ne ha la neve in altitudine
a maggio inoltrato.

*

Non hanno ragione le cose che accadono,
nel grigio dei nidi lasciati prendono forma le pietre.
Chiunque abbia poco da dire dichiara
il bianco, il nero, tutte le sentenze. Io,
nemmeno te trattengo.
Il fiato, nemmeno.

*

Pensa a ciò che non resiste, i boccioli
il desiderio e la pazienza, l’umano
vivere. Questa maestà di magnolia
del giardino a breve si vestirà da sposa.
La guarderemo bianca – seta, e lieve
ronzio delle api – e non la toccheremo.

 

Silvia Secco (1978) nasce a Sandrigo, in provincia di Vicenza. Dopo la maturità artistica si trasferisce a Bologna, dove vive, e lavora a Milano. Scrive in italiano e in dialetto alto-vicentino. Suoi testi poetici compaiono nelle antologie di premi letterari, in riviste, in Rete, in antologie collettive (Sotto il cielo di Lampedusa, annegati da respingimento – Rayuela Edizioni – e Muovimenti, segnali da un mondo viandante – Terra D’Ulivi Edizioni -). In prosa ha curato la presentazione di alcune esposizioni fotografiche e artistiche, in particolare per la pittrice vicentina Martina dalla Stella; suoi articoli e recensioni ad altri autori si trovano nella rivista Le Voci Della Luna e nella fanzine on line per la diffusione della poesia Versante Ripido, con la quale collabora dal 2015. Grazie al Premio Franco Fortini, nel 2014 ha pubblicato con la casa editrice CFR di Gianmario Lucini la sua raccolta poetica d’esordio: L’equilibrio della foglia in caduta. Ha fatto parte dello staff organizzativo del Festival Bologna In Lettere, diretto da Enzo Campi, e del gruppo poetico bolognese Gruppo 77. Realizza le piccole edizioni artistiche Edizionifolli. A luglio 2016, con Samuele Editore, pubblica il suo secondo libro di poesia Canti di cicale, le cui presentazioni sono proposte nella forma di recital-spettacolo in collaborazione con il giovane musicista e cantautore Alessandro Baro. Assieme alla redazione di Versante Ripido, da settembre 2016, è impegnata nella organizzazione e proposta della rassegna poetica IGiovedìDiVersi, giunta, nel 2018, alla seconda edizione.

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