Poesia del nostro tempo presenta l’Archivio virtuale de L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie.

Alessandro Guasoni (Genova, 1958), poeta e prosatore in genovese; tra le sue pubblicazioni ricordiamo A pòula e a lunn-a (1997), Carte da zeugo (2003), Cantegoe (2005),BarcoinSette racconti in lengua lìgure (2006), Contravenin (Prova D’Autore, 2008). Nel 2006 ha ottenuto il Premio Nazionale “Giacomo Floriani” di Riva del Garda per il libro edito di poesie in dialetto, mentre nel 2007 l’Associazione genovese “A Compagna” gli ha conferito il Premio “Luigi De Martini” destinato a chi si sia distinto nell’opera di conservazione e valorizzazione delle parlate liguri. 
da Contravenin 
Ötri
Mi son nasciùo de fronte a-o mâ de Ötri
e fòscia m’é arrestòu drento, into sangue,
un pò de vento.
Into vegio San Carlo
mæ moæ a m’à misso a-o mondo, e l’é pe quello
che o vento di Appennin pâ ch’o me ciamme
da-o Santuäio de Graçie e ancon ciù a Nòrde,
onde e voxe di pin in sempiterno
repétan föe antighe de breganti
che deslögia de longo pe-e montagne
mareite da-o Segnô.
D’in çimma i mòuxi
do mâ l’uverno o canta ‘na canson
de veie e de campann-e sensa fin,
de barche veue che vegne chì à stracoâ
in sce l’ænn-a, ‘na seia sensa luxe,
e de andannie de uspiâ, de barcoin ciæi,
che i mòuti stan à ammiâ e giornæ che passa
in sce ‘n mâ sempre pægio, unn-a pe vòtta…
Voltri Io sono nato di fronte al mare di Voltri / e forse m’è rimasto dentro, nel sangue, / un po’ di vento. Nel vecchio “San Carlo” / mia madre mi ha messo al mondo, ed è per quello / che il vento di Appennini sembra che mi chiami / dal Santuario delle Grazie e ancora più a Nord, / dove le voci dei pini in eterno / ripetono fiabe antiche di briganti / che vagano sempre tra le montagne / maledette da Dio. Dalle onde / del mare l’inverno canta una canzone / di vele e di campane infinite, / di barche vuote che vengono qui ad incagliarsi / sulla sabbia, una sera priva di luce, / e di corsie d’ospedale, di finestre chiare, / da cui i malati stanno a guardare le giornate che passano / su di un mare sempre uguale, una alla volta…
 Per ascoltare alcune poesie lette dall’autore, cliccate qui
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Per chi volesse saperne di più sulla poetica di Alessandro Guasoni, riproduciamo di seguito un’intervista di Anselmo Roveda ad Alessandro Guasoni (In poche righe, «Imperia», 15 marzo 2006)
1. Chi è Alessandro Guasoni, uomo e scrittore?
E chi può dire di conoscere veramente se stesso? Potrei definirmi un perenne liceale, sempre curioso di scoprire un punto di vista diverso da cui osservare il paesaggio o lo spirito di chi lo abita, poiché crede che dietro alle apparenze si nasconda una verità “altra”, e che il mondo sia un grande libro cifrato in attesa di essere letto; sono uno che, nonostante l’ambiente molto smaliziato e anche distratto che ci circonda, si commuove a guardare i tetti di Genova al tramonto, o Capo Mele che svanisce nella nebbia della sera. Io sono uno che “cerca” incessantemente, umilmente, segretamente, geloso dei propri sentimenti e delle proprie opinioni, che gli sono costate fatica. Ho in antipatia il conformismo, il passivo accodarsi alle opinioni prevalenti, il genuflettersi di fronte ai maîtres à penser. Odio la prepotenza con cui si propugnano idee non meditate, ma solo orecchiate e che, se anche fossero giuste, per ciò stesso passano dalla parte del torto. La buonanima di Vito Elio Petrucci, con cui non andavo quasi mai d’accordo, ebbe una volta a definirmi un ribelle tranquillo. Penso che sia ancora adesso una definizione azzeccata.
2. Qual è il suo rapporto con la scrittura, cosa la spinge a scrivere?
Mi spinge a scrivere la ricerca della verità; la scrittura, produttrice di metafore, è essa stessa una metafora della vita, è un viaggio che compiamo prima di tutto in noi stessi. Sono persuaso che anche lo scrittore realista, naturalista, non faccia che esplorare la propria interiorità, proiettata sul mondo esterno. Tuttavia, trent’anni fa e più, quando ho iniziato a scrivere, avevo solamente l’intenzione di assicurare una certa durata ai suoni, alle parole, alle immagini della mia infanzia e della mia gente; non volevo dimenticare: senza rendermene bene conto, già allora scrivevo per vincere la paura della morte. Ho finito per dedicare tutta la mia esistenza al tentativo, certo utopistico, di tenere in vita i morti, attraverso la loro lingua, testimonianza della vita di perdute generazioni. Ma credo che le uniche battaglie che vale la pena di combattere siano quelle perdute in partenza.
3. Può raccontarci la sua Liguria: come entra nei testi e come informa l’immaginario dell’autore?
A dispetto delle premesse, la Liguria entra nei miei testi solo di sbieco; c’è il paesaggio come metafora, ma qualsiasi altro paesaggio potrebbe essere fonte di ispirazione; il messaggio della letteratura è necessariamente universale e una poesia valida in una lingua sola non è poesia. Tuttavia, in letteratura si compie un miracolo: un messaggio per sua natura rivolto a tutti può esprimersi soltanto per mezzo di quanto vi è di più legato ad uno spazio, ad un tempo e ad un popolo ben preciso: ossia per mezzo della lingua, e sarà tanto più efficace quanto più caratterizzato da quegli idiomatismi, che lo rendono unico. Il mio desiderio sarebbe di costruire una poesia totalmente astratta, di rigore matematico, ma perfettamente ligure nel linguaggio. Per quanto riguarda la narrativa, può esserci maggiore libertà di inventare, di cucire insieme realtà e mondi diversi; mi piace l’idea di far convergere idee lontane fra loro nella misconosciuta cultura di espressione ligure: la sua secolare vitalità può consentire ancora questo singolare equilibrio tra l’antico e il moderno, l’estremamente lontano e la più intima vicinanza.
4. Come sceglie tra lingua e dialetto in rapporto ai contenuti?
Non scelgo affatto. L’idea che il contenuto influisca sulla scelta della lingua (o viceversa) presuppone una concezione piuttosto meccanica e riduttiva della poesia e della lingua stessa; che vi siano tali differenze antropologiche tra una popolazione e l’altra da rendere obbligatorio l’uso di un certo idioma per parlare di/a quella tale popolazione è assurdo, specialmente se ci rifieriamo ai popoli occidentali, che hanno antiche radici comuni, un messaggio di portata così limitata e settoriale in realtà non esiste; se esistesse, forse non meriterebbe di essere tramandato. La poesia si rivolge ad un pubblico universale altrimenti non è poesia: però, proprio l’atto poetico ci propone questo straordinario paradosso, rivolto a tutta l’umanità, si serve, tuttavia, di un mezzo, la lingua, che per forza di cose è radicato nell’ethnos, in un popolo che vive in uno spazio e tempo ben precisi. Per quanti sforzi si vogliano fare in tale senso, la poesia non sarà mai apolide, ed anzi, più un testo poetico è idiomatico e intraducibile, più il suo messaggio tende ad essere universale. Quindi, io cerco di usare il genovese, come altri userebbe l’italiano o l’inglese, cercando in esso nient’altro che un mezzo espressivo, capace di affrontare qualsiasi argomento senza complessi d’inferiorità, e nemmeno di superiorità, ma semplicemente come possibile voce della cultura di un popolo, oggi messo in disparte dalla Storia, ma che comunque avrebbe diritto di esistere.
5. Vuole analizzare brevemente un suo testo poetico, a sua scelta?
Mai ciù…

Mai ciù arrivià a teu sæta, Dê prefondo,
con ciù a l’è lonxi e ciù a se fa vexin,
ògni forma o l’affreccia o seu cammin,
e o l’açende un remoin in scöso a-o mondo.

Mai finià o tempo; e o l’è arrivòu zà in fondo.
Mi, drento a-a teu domanda sensa fin,
derrùo, e con mi e çittæ co-i seu rampin
d’ardïo ciumento e de crestallo biondo.

Crïi che sciortimmo da’nna sola göa,
passemmo pe euggio, soli, inta tempesta;
e no viemmo ch’a l’è de veddro l’öa,

che ne se zëa in sciô spegio euvei e festa,
e stisse da fadiga e da demöa.
‘Nna muägia nùa, liscia into sô, a n’arresta.

Mai più… Mai più arriverà la tua freccia, Dio profondo / tanto più si allontana, quanto più si avvicina, / il suo percorso trafigge ogni forma / e accende un vortice nel grembo del mondo./ / Mai finirà il tempo; ed è già arrivato al fondo. / Io precipito nella tua domanda infinita / e con me le città, con i loro uncini-pretesti / di ardito cemento e di cristallo biondo. // Siamo grida che escono da una sola gola, / naufraghiamo da soli nella tempesta; / non vediamo che l’ora è di vetro // che ci si gelano sullo specchio la festa e il giorno feriale, / le stille della fatica e del gioco. / Ci rimane un muro nudo, liscio nel sole. (da A pòula e a lunn-a, 1997, Le Mani, Genova)
È un normale sonetto dallo schema abba abba cdc dcd. Il lessico e la sintassi sono abbastanza vicini al parlato, eccezion fatta per quel “Dé”, forma arcaica per “Dio”, e per qualche inversione enfatica della normale sequenza soggetto-verbo-complemento, ad es. «ogni forma o l’affreccia o seu cammin» in luogo di «o seu cammin o l’affreccia ogni forma». Nel ciclo di sonetti cui appartiene anche questo, ho spesso cercato di descrivere un paesaggio puramente interiore, senza il benché minimo rapporto con la realtà: dal punto di vista razionale e logico, il contenuto può anche non esistere, proprio per affermare radicalmente che non sono i contenuti o i ragionamenti l’essenza della poesia. In questo caso specifico, comunque, il motivo ispiratore è la teoria di Giorgio Colli sull’origine della dialettica nella filosofia greca; secondo lo studioso, la dialettica sarebbe nata dall’enigma, inteso nella sua accezione mitica e sacra, opera del “dio crudele” Apollo, il quale fra i suoi attributi conta l’arco e le frecce con cui può “colpire da lontano”, nascostamente – proprio come l’enigma, che colpisce in modo differito, tendendo una trappola – e come la dialettica, nella quale, checché se ne dica, è più importante scoprire l’avversario, che non scoprire la verità; da questa forma di pensiero distruttiva, la dialettica, è poi nato tuto il pensiero moderno, cinico e razionalista. Da parte mia, con un’associazione di idee, ho messo in rapporto la freccia di Apollo con un’altra freccia, quella della nota aporia di Zenone l’eleate, tendente a dimostrare l’illusorietà del mondo che ci circonda. Credere nella molteplicità delle apparenze è l’errore in cui l’Occidente continua a cadere, seguendo la sua filosofia, nata dall’inganno di Apollo e discostandosi sempre più dall’unicità dell’essere parmenideo; per contrasto ciò viene reso nel testo mediante immagini il più possibile concrete e drammatiche e sfruttando alcune caratteristiche specifiche del genovese, ad es. la parola “rampin”, che significa “uncini”, riferito all’aspetto aguzzo e irto delle nostre città, ma che vuol dire anche “pretesti”, qui nel senso di “espedienti per non vedere la verità.”

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