Dalla postfazione di Antonella Cilento

[…] Scrive Goliarda Sapienza per definire la morte: «La certa». Dei molti epiteti, delle innumerevoli metafore che la riguardano, la morte sarà orgogliosa di esser chiamata “La certa”: nelle poesie di Anna Toscano, in questo libro che, a oggi, si profila come il più maturo, il più ironico, il più personale dei suoi molti e belli già editi, la morte è una compagna di tavolo, gioca scherzi, fa cadere l’acqua, nasconde le pillole, fa fallire gelaterie. […] I vecchi corpi abbondano in questa personalissima Antologia di Spoon River e insieme a loro, rilasciati su una sedia, affacciati a un lavandino, stesi su di un letto, caduti in poltrona, avanzano silenziosi i corpi nuovi. Da un lato il rammarico di non averla sorpresa e per magia bloccata (quante volte vorremmo saperlo fare, avere armi efficaci, non lasciare nulla di intentato), dall’altro la rabbia, il fastidio, persino la noia che «La certa» ci provoca, come per un assedio che si trasforma in malattia cutanea (la morte prude?) che vorremmo semplicemente interrompere. […] Gli oggetti sono già diventati desueti (come quelli letterari di un celebre saggio di Francesco Orlando) mentre siamo vivi? Hanno cambiato odore e forma perché sono il segno, l’avamposto della nostra vecchiaia? Come in una liturgia profana, Anna Toscano li mette in fila, li fa apparire. Nessuno vorrebbe vederli ma sono lì, non si possono ignorare, non vanno via. Si possono perdere, forse si possono confondere con altri simili: da qualche parte deve esistere un unico, lungo fiume fatto degli oggetti dei nostri vecchi, delle pelli consumate delle vite passate, non ancora lisci e marmorei per l’antichità che conquisteranno fino a diventare anonimi oggetti da museo, ma fastidiosi, odierni, con dentro ancora il sangue, con un respiro di troppo, un odore, un sapore. Accidenti agli oggetti, accidenti alla memoria, sembra voler dire Anna Toscano. Questo è un libro di fantasmi. Nonni, genitori, parenti, parenti di conoscenti o amici: un vasto popolo, personalissimo e insieme collettivo, che a tutti noi appartiene, avanza, ci saluta, ci sorride.  I fantasmi dei nostri morti passano i muri, vagano per le calli, volano negli ospedali (come in De Sica i poveri che nessuno cura volano su Milano) e in ogni luogo dove siamo convinti di vivere per destino e invece viviamo, e moriamo, quasi a caso, presi alla sprovvista.[…] Una canzone? Un romanzo? Al buffet con la morte è molte cose, come accade solo con la vera poesia.

*

Dalla postfazione di Nadia Terranova

[…] Quando leggo le poesie di Anna Toscano io torno lettrice bambina e vedo me. Vedo le mie colazioni, le mie briciole, i miei tortellini in brodo, le mie pastiglie (mie è qui da intendersi nel senso più autentico: mie ovvero di mia zia, di mio nonno, di mio padre, mie ovvero dei morti, ma anche mie ovvero di mia madre, di mia nonna, di me stessa, mie ovvero dei sopravvissuti – mie ovvero nostre, dell’umanità). […] Pensavo allora che vivere è essenzialmente dirsi addio, ed è una certezza cieca, da cui non c’è riparo. Ma pensavo pure, a tratti più forte, che da che ho memoria di lettura io nella poesia ho sempre trovato conforto, e nelle poesie di Anna Toscano il tabù massimo, quello di cui non si può parlare tavola perché pare brutto o davanti ai bambini per non spaventarli o perché ci si vuole illudere che non possano capire – quel tabù massimo, il decesso, era dentro ogni cosa, naturale e limpido come l’acqua, come la mollica del pane. […] Domattina […] prendi del tempo e siedi a colazione con le poesie di Anna Toscano. Parlano di ciò che ci fa paura che è anche ciò che ci racchiude, contengono visioni, dettagli, amori, presagi, parlano della morte di chi ha conosciuto e di quella di chi non ha conosciuto mai, hanno la forza dirompente del suo coraggio, della sua vita, lo sguardo lucido con cui ha messo sotto osservazione le sue amputazioni rendendole specchio delle nostre. Queste poesie delineano una casa, intesa come il luogo che sempre ci portiamo dietro, abitato tanto da chi ci sta intorno quanto da chi non c’è più: è la sua casa, la vostra, la mia.

 

 

Da Al buffet con la morte (La Vita Felice, 2018)

Quante volte ho pranzato
con la morte stesa sul tavolo
faceva cadere la forchetta a mio padre
rovesciava l’acqua a mia madre,
non ci guardavamo
sapendoli suoi segnali
non la guardavamo
ma il suo alito ci toccava.

*

Ho lasciato
la mia vecchia pelle
sul binario morto
di un vecchio salotto
con carta da parati
rosso damascato
e un seggiolino
per pianoforte.

Le pareti sdentate tre quadri sì
e uno no, cornici vuote
segni di orologi a muro.

Il telefax sulla sedia
la spia lampeggia
danno la fibra al ribasso.

La morte, seduta su un gradino,
si lima le unghie pensando
a come fosse bello lavorare qui.

*

«Una candela
– ha detto –
una candela che si spegne.»
Non ho avuto il coraggio
di aiutarti ma la coperta sì
quella bianca
quella di lana
– te l’eri fatta a ferri
ottanta anni prima –
con quella sì
ho coperto il tuo
vecchio corpo
come mi avevi chiesto.

Della morte dicevi sempre
stringendoti nelle spalle
«che freddo farà in terra, che freddo farà».

*

                                       per Goliarda Sapienza

Un vestito a fiori leggero
un cappello in mano
la borsa le chiavi
l’odore di sigaretta
dalla porta spesso aperta:
il tuo vecchio corpo
trovato così sul pianerottolo,
qualche giorno dopo.

La tua grafia minuta
era il tuo elettrocardiogramma
penna Bic nera punta sottile:
mi sembra di sentirlo
quando ti leggo nei caratteri a stampa
di vederti, in quell’istante.

*

Talvolta immagino come sarà per me
immagino di scendere dal letto
infilare le pantofole e
mentre vado al buio
nell’altra stanza
per prendere gli occhiali
una sagoma di luce tenue
l’immagine di mia madre
che mi avvolge.
Ed è finita lì.
Oppure mentre vado al lavoro
salendo un ponte volti
fermi che mi guardano
gradino dopo gradino
volto dopo volto
rallento
scendo il ponte
e lungo la calle
ai lati file di persone che
mi sorridono con tratti noti
occhi bocche nasi ciglia
come uscissero da cornici su mensole
inizio a capire ed ecco
dal fondo avanzare mia nonna
mio nonno mio padre la Maria
mia madre che si stacca dagli altri
per venire verso me
io torno quattrenne e con
le mie scarpette con gli occhi
le corro incontro
lei mi solleva in braccio e
tutto ricomincia, finalmente
tutto diversamente.

O non sarà così,
sarà un attimo e poi niente.

 

 

Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre facoltà. Scrive per testate, tra cui «Il Sole 24-Ore» e «Doppiozero». Sesta e ultima raccolta è Al buffet con la morte, preceduta da Una telefonata di mattina (La Vita Felice, 2016), Doso la polvere (2012); liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie; sua la curatela di cataloghi e libri di poesie. Ha ideato e condotto la trasmissione radiofonica Virgole di poesia per «Radio Ca’ Foscari». Per la testata online «La Rivista Intelligente » cura la rubrica Venerdì in versi. È stata editor per case editrici e ha lavorato come ufficio stampa; ha partecipato a varie scuole di scrittura e collabora con “Lo Squero della parola”, laboratorio di scrittura creativa a Venezia. Come fotografa, suoi scatti sono apparsi in riviste, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze teatrali, tra le quali Voce di donna Voce di Goliarda Sapienza. Il suo sito è: www.annatoscano.eu 

 

Foto: Dino Ignani

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