Nati negli anni Ottanta è un progetto a lungo termine che ha l’intento di riassumere e catalogare le esperienze poetiche individuali o collettive portate avanti da autori scriventi in italiano nati tra il 1980 e il 1989. Si tratta di poeti cresciuti letterariamente in ambiti e contesti diversi e dunque legati spesso a modi di intendere il discorso in versi del tutto differenti. Per segnalare i libri dei poeti nati negli Ottanta scrivete sul form di contatto.

 

Agostino Cornali, nato a Milano il 20 dicembre 1983, dall’età di sei anni vive a Bergamo. Laureato in lettere classiche all’Università degli Studi di Milano con una tesi sul poeta latino Draconzio, è docente di lettere in un liceo. Ha curato la rassegna letteraria Parole sui crinali ad Ardesio (BG) e per Terza Università tiene dei corsi sulla storia e la letteratura del Medioriente e dell’Estremo Oriente. Nel 2011 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Questo spazio può essere nostro, a seguito della vittoria nel concorso “Opera Prima 2010” per l’editore Lietocolle. Nel 2016 la silloge Camera dei confini è stata inclusa nel XIII Quaderno di poesia contemporanea a cura di Franco Buffoni, per l’editore Marcos y Marcos. I suoi testi, tra cui alcuni racconti, sono apparsi anche su riviste cartacee, nell’antologia Post ‘900, lirici e narrativi (Giuliano Ladolfi editore) e su diversi blog e siti letterari.

 

 

 

 

Da Questo spazio può essere nostro (Lietocolle, 2011)

 

Agostino

                  

                                    per Agostino Cornali (1957-1978)

 

Saltano gli schemi, stanze chiuse
– insopportabile il freddo delle maniglie –
e subito tre fischi dal corridoio.

Ci vuole coraggio a tornare qui
anni dopo la fine della partita
e trovare ante sfondate, vetri rotti
dalle pallonate, odore di cavolfiore.

Il tempo, è vero, ha svuotato gli armadi,
soffiato polvere tra le lenzuola,
ma questa casa non è vuota
c’è chi resiste, rimane a guardia
delle assenze

e c’è una foto in bianco e nero
degli anni Settanta
con la maglia della squadra,
le scarpe da calcio,
il sorriso di un gol

una foto per incontrare il tuo sguardo
quando nessuno ci vede,
per ricordarmi che è tuo e non mio
il nome che porto.

 

 

***

 

Via della Torre 15

 

Si perde il conto degli anni
in questo luogo
di case azzurre e piscine
che riflettono una luce accecante,
che confonde la mente

si dice vent’anni come dire
niente, fingendo di non sapere
che la mia casa è stata venduta
due volte,
e adesso ci vive un ragazzo
che non conosco.

Dentro hanno fatto un corridoio,
al posto della sala c’è una camera
e il bagno è davanti alla cucina,
tanto che adesso

se ci entri non ti orienti

così dice la Brigida,
la portinaia con la voce stridula,
la stessa di vent’anni fa

dice che hanno modernato,
che è cambiato un po’ tutto

ma lei si ricorda bene
di me, di mia madre, della cugina
che lavorava alla Scala.

Nel quartiere c’è silenzio,
sono scomparsi molti palazzi,
a volte si aprono squarci
su un cielo che non ti aspetti.

Non sembra la periferia di Milano,
sembra una città senza bambini
travolta da una guerra
di cui nessuno
ha avuto notizia

e io mi sento addosso la vergogna
del disertore

 

 

***

 

Guidando di notte nella bassa padana

 

                            Benedetto sei tu, che penetri
                            con lo sguardo gli abissi
                            (Daniele 3, 52)

 

Il nulla non è la pianura
perché il nulla non si misura
in leghe nautiche e angoli di rotta

e quel brillare lontano non è un faro,
è un animale,
due sono le luci, due occhi
di cetaceo, o di gambero
in fuga sulla statale

dentro un mare di nebbia
ogni notte d’inverno
ho seguito i suoi fanali

ma poi mi sono perso
per le aree dismesse
delle zone industriali

tra container, piovre,
cisterne vuote

negli abissi dove i sonar
non possono raggiungermi
a occhi chiusi sono caduto

dentro il gelido abbraccio
dei mostri marini

 

 

*****

 

 

Da Camera dei confini, in XIII Quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2016)

 

                                                                     Chieve

 

È il respiro del drago Tarantasio
che fa tremare le persiane
nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago
i nostri antenati longobardi
si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
le spade e gli scramasax in mano

guardano la testa crestata del mostro
che emerge lentamente dalle acque,
i suoi occhi accesi nella nebbia
le fauci spalancate

e allora divampa
il fuoco sulle torri
dei castelli di pianura
e il pianto dei bambini risuona sulle coste
da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

Di quel lago maledetto
che dà il nome alla tua via
è rimasta una piccola pozza
che non riesce ad asciugare
in un campo di frumento.

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

 

***

 

                                                                         Mozzanica

 

Ogni venerdì pomeriggio di vent’anni fa
mio padre guidava sul fondo del lago,
attraversava questi luoghi prosciugati

in ogni paese scendeva dall’auto
ed entrava nei bar
nelle farmacie, negli uffici postali
fermava persino i passanti in bicicletta

chiedeva a tutti del mostro,
voleva la certezza
che il drago fosse morto

un giorno incontrò quest’uomo
mezzo addormentato sotto il campanile

che adesso a ogni ora del giorno
con gli occhi semichiusi
osserva le auto che risalgono la strada

forse gli parlò anche di me
perché quando rallento per fare la curva
quest’uomo che mi aspetta da vent’anni
mi fissa, mi riconosce

un sussulto scuote
il suo torpore d’annegato.

 

 

*****

 

 

Testi inediti

 

Il lampadario di cristallo che proietta
ombre tentacolari sul soffitto
sopra l’arena dei letti affiancati…

in questa camera va in scena
incubo dopo incubo
la nostra lotta interminabile

come l’angelo di Giacobbe
hai le braccia ancora forti
con le vene azzurre in rilievo
e mi afferri i polsi, mi implori
di non cedere.

 

 

***

 

 

Nota: i testi dei seguenti due gruppi, che fanno parte di un progetto ancora in fase di costruzione, sono da collegare a due eventi storici: i primi alla prigionia e alla morte per decapitazione, dopo indicibili torture, del filosofo Severino Boezio (524/526 d. C.), i secondi alla “strage di Gorla” del 20 ottobre 1944, che provocò la morte di 184 bambini di una scuola elementare.

 

Una testa sbagliata
la fronte troppo alta
i bulbi oculari sprofondati
nelle fosse esocraniche

e noi non possiamo accettarlo
noi quella testa la modelleremo
se necessario la fracasseremo.

Sleepyhead
ti rinchiudiamo nell’orribile torre
ti priviamo del sonno
con i pensieri accecanti

noi carcerieri noi torturatori

ti dimostriamo infallibilmente
l’inesistenza di dio
della sua mano che adesso
ti afferra alla gola.

Il cagnolino nero sfuggito
a un sottobosco ancora umido e molle
ci seguì lungo il sentiero
– lo sentivamo ansimare alle spalle –
per tutto il pomeriggio

al rifugio scoprimmo una zecca
simile a una perla
incastonata nella testa
che lo obbligava a pensieri ossessivi.

I filamenti che secerne l’aracnotesta
acciaio incandescente
tela del ragno
che intrappola il ragno…

di quanto altro dolore
ha bisogno, professore?

 

 

***

 

Se una fresca mattina d’autunno
passeggiando per le vie del quartiere
guarderete verso l’alto
potrete vederlo in ogni momento

il cielo lacerato
il bel cielo lombardo
preso a morsi, a unghiate.

Colonnello,
lei che conosce gli orizzonti
guardi oggi che cielo terso
sopra questa pianura
minuscola e nera

guardi le guglie del Duomo
svettanti
come lance puntate
contro i suoi bombardieri.

Ho perso la fede quando ho visto dio
un dio infelice
che si eccita alla vista del sangue
che sgancia bombe sui bambini delle scuole

James B. Knapp
nato a Macomb, Illinois
nel 1915
è il suo stupido profeta.

Ho ripensato al nostro quartiere
a com’era in quegli anni
e al signor Orati, l’orologiaio
che aveva il laboratorio
vicino al ponte della ferrovia

conosceva gli ingranaggi
l’agitarsi delle zampette d’ottone
sotto le pinze

ci hanno bombardato, ripeteva
hanno ucciso i nostri bambini.

 

 

 

 

 

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